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| Miller
: porto in scena il Settecento di Alberto Paloscia |
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«No,
non ci saranno sorprese. Non trasferirò Le nozze di Figaro nei tempi
moderni». Così esordiva il regista britannico Jonathan Miller
in una lunga intervista rilasciata a “la Repubblica” l’11
giugno del 1992, alla vigilia della première della produzione delle
Nozze mozartiane da lui firmata per il 55° Maggio Musicale Fiorentino.
«Quest’opera di Mozart – proseguiva Miller – offre
la straordinaria possibilità di ricostruire la mentalità del
XVIII secolo. Mi spiego meglio. Fino a metà del XIX secolo i compositori
hanno ambientato le opere in due epoche: sceglievano l’antichità,
l’epoca classica per l’eroismo; la contemporaneità per
la satira. La scelta del periodo quindi aveva una funzione semiotica. Soltanto
con il Romanticismo compositori come Verdi cominciarono a usare la storia
per colorare, per creare ambienti esotici. Ma se ascolti la loro musica
puoi anche non identificare il periodo in cui è ambientata l’opera.
Insomma generalmente c’è possibilità di trasposizione.
Non accade con Le nozze di Figaro che rendono possibile una visita in un
giorno del XVIII secolo. In questo caso bisogna resistere alla tentazione
di attuare dei cambiamenti. Anzi vanno evitati».Un improvviso mutamento di rotta da parte del noto uomo di teatro britannico, impostosi alla fine degli anni Settanta, dopo una lunga militanza nel teatro di prosa, con alcune originali e provocatorie “riletture” registiche di grandi titoli del repertorio operistico (in primis il memorabile Rigoletto per la English National Opera immerso nei sordidi ambienti della mafia italo-americana)? Assolutamente no. Un ulteriore traguardo di quella lucida coscienza critica e di quell’eclettismo disinibito che hanno sempre caratterizzato lo stile di Jonathan Miller regista d’opera, capace di spaziare dalle straordinarie invenzioni della Tosca ambientata nella Roma fascista realizzata ancora a Firenze nel 1986 – la sua prima trionfale apparizione in un teatro italiano – e dalle impostazioni più moderne e aggiornate di alcune produzioni degli anni Novanta, quali La bohème, La traviata, Carmen e le esplorazioni straussiane di Der Rosenkavalier e Capriccio, a fedeli ma creative ricostruzioni d’epoca, come si è verificato nella trilogia Mozart-Da Ponte realizzata al Maggio Musicale Fiorentino nel triennio 1990-92. Il ciclo mozartiano è stato interamente impostato da Miller come un viaggio nei meandri dell’erotismo settecentesco: un Don Giovanni “casanoviano” e intriso di umori funerei, un Così fan tutte ludico e sfrenato nel gioco dello “scambio di coppia” e infine una versione iperrealistica, quasi da tranche de vie del “secolo dei lumi” delle Nozze, forse lo spettacolo più convincente della terna. «Nelle Nozze – è ancora Miller che parla – vedo un giorno nella vita di una casa del diciottesimo secolo e per questo mi sento come obbligato a ricostruire la mentalità sociale di quel tempo. (...) Ho letto molto attentamente le opere delle scuola francese; ho provato a pensare, a vedere dettagliatamente come era la vita quotidiana di quel periodo». Questa visione assolutamente realistica è confermata, all’aprirsi del sipario, dall’ambiente in cui si svolge il primo atto: la camera di Susanna e Figaro è un’autentica stanza “di passaggio” della casa di campagna del Conte, una sorta di sartoria e stireria che fornisce un autentico squarcio della vita di tutti i giorni di una dimora patrizia settecentesca. Molto moderate, nella concezione di Miller, le allusioni rivoluzionarie e anti-aristocratiche che caratterizzano invece il personaggio di Figaro nelle storiche messinscene di Jean-Pierre Ponnelle e di Giorgio Strehler; nelle Nozze firmate dal regista inglese lo scaltro servitore si limita a rivolgere con ironia sprezzante la sua cavatina «Se vuol ballare signor contino» agli stivali vuoti del suo padrone, simboli di un potere tutto esteriore, e non indulge a furenti scatti di ribellione. Dice a questo proposito Miller: «Molta gente è stata sedotta da questo pensiero, ha letto le Nozze come un’opera rivoluzionaria. Io non sono di quest’opinione. È il pensiero di quelli che definisco i marxisti dello show business. Vogliono fare casa Almaviva come se fosse sull’orlo della Rivoluzione. Qualche anno dopo la prima rappresentazione c’è stata la Rivoluzione, è vero. In realtà quelli che vivevano nel 1785 non sapevano che stava per arrivare. È quello che vorrei far vedere agli spettatori». Ma a quale ambientazione ha pensato il regista inglese per le Nozze di Figaro? «Siamo nella villa di una campagna italiana in una zona indefinita. I protagonisti sono figure minori dell’aristocrazia. È una casa dove tutto è molto informale. Altrimenti il giardiniere, come accade, non potrebbe entrare nella camera della Contessa. Addirittura senza essere annunciato». Miller, da grande direttore di attori, esalta questa lettura sociologica e antropologica dell’intreccio di Beaumarchais, Da Ponte e Mozart ingarbugliando e sciogliendo con eleganza i ritmi vorticosi della commedia e prendendosi anche qualche libertà nella definizione dei personaggi: la Contessa, ad esempio, all’inizio del secondo atto, mentre intona il suo malinconico «Porgi amor qualche ristoro», è ritratta non solo nella sua solitudine di consorte frustrata ma anche come madre; accanto a lei c’è una balia che tiene in braccio due bambini. «Nelle Nozze – sottolinea il regista – ho provato ad aggiungere dettagli che non sono esplicitamente menzionati nel libretto. Ad esempio ho aggiunto i figli della Contessa. La sua vita diventa così molto più reale. Bisogna anche dire che la vita di una madre del Settecento era molto diversa da quella di una madre odierna. Non trascorreva il tempo con i figli, non giocava con loro. Erano affidati alla balia. La donna era senza marito, che si occupava delle sue cose e i figli li vedeva solo al mattino. La giornata diventava un tempo vuoto». «Nozze più prosaiche, meno alte e nobili – così conclude Cella recensendo su “Il Giorno” lo spettacolo di Miller –, che non perdono però un’indicazione di libretto e si concentrano, pur se in forma concreta e carnale, nel muovere con grande teatralità i cantanti sul tema centrale dell’opera: l’Amore che si specchia in tutte le età e tutti i suoi gradi dell’entusiasmo, del sentimento maturo, della fedeltà, dell’abitudine, del desiderio, della noia, del cinismo, del malinconico ricordo». E il capolavoro di Mozart e Da Ponte diviene, grazie all’accuratissima e pungente caratterizzazione conferita da Miller a ogni situazione e a ogni personaggio, l’espressione di una macchina teatrale di assoluta perfezione.
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