Di
voci versatili e camaleontiche come quella di Cristina Zavalloni, in Italia
non se ne trovano facilmente. Lo si afferma con certezza, senza timore di
smentita. La si è ascoltata all’interno dei contesti più
disparati, alle prese con le ardue partiture del Pierrot Lunaire schoenberghiano,
con le distese melodiche di Gavin Bryars e di Louis Andriessen, con le irriverenze
di alcune canzoni di Kurt Weill, con l’ubriacatura sonora di Ah! quel
diner di Jacques Offenbach. E ancora, con l’elasticità del
repertorio jazzistico, con le canzonette italiane degli anni Sessanta e
con il gioco anarchico della libera improvvisazione. Il risultato finale?
Sempre di grande qualità, in alcuni casi eccelsa. E se andiamo a
sfogliare il suo curriculum non sembra nemmeno di avere a che fare con una
ragazza di trent’anni. Le sue collaborazioni passate l’hanno
infatti affiancata anche a Carla Bley, George Russell, Steve Coleman, Sylvano
Bussotti e a molti altri bei nomi. Chi allora, se non la Zavalloni, poteva
rendere un omaggio alla cantante che – per dirla con Giordano Montecchi
- «univa in una sola interprete la cantante d’opera, la performer
radicale, la vocalist di jazz e di canzonette, la cantatrice di folklore,
la soubrette da operetta, da musical o da varietà»? In altre
parole, chi se non la Zavalloni poteva rendere un omaggio all’irraggiungibile
Cathy Berberian? Detto fatto. Il concerto scenico, rappresentato in prima
assoluta nel maggio scorso al Teatro Ariosto di Reggio Emilia, in occasione
del ventennale della morte della cantante, si intitola Con tutto il mio
amore. Omaggio a Cathy Berberian vent’anni dopo. Nulla a che vedere
(per fortuna) con la rilettura filologica fine a se stessa: per la speciale
occasione sono infatti state commissionate quattro partiture ispirate alla
Berberian, questo sì, ma pensate per gli esecutori dell’oggi
e firmate rispettivamente da Paolo Castaldi (A Fair Mask, Lied scenico in
nove parti), Uri Caine (In memoriam C. B.), Louis Andriessen (Letter from
Cathy, costruita proprio su una lettera, datata 27 aprile 1964 e indirizzata
dalla Berberian all’amico compositore) e Claudio Lugo (FutuRétro
# 1). Quattro pagine diversissime fra loro che si vanno ad aggiungere ai
classici del repertorio della cantante, fra cui un estratto dai Folksongs
di Berio, Ah! quel diner di Jacques Offenbach (diventato oramai un classico
anche per la Zavalloni, e ripreso naturalmente dalla celebre versione della
Berberian con Bruno Canino), brani dei Beatles. In scena, oltre alla cantante,
il pianista Andrea Rebaudengo e un piccolo ensemble cameristico.
Attenzione però, non ci sarà solo musica, perché è
stato messo insieme un patchwork di documenti originali, foto, video e ascolti
(installazione di Daniele Abbado e consulenza coreografica di Mauro Bigonzetti),
che evocheranno direttamente la signora Berberian.
Se si chiede alla Zavalloni cosa ha rappresentato per lei questa cantante,
che da bambina passava il suo tempo a cantare insieme ai dischi di Amelita
Galli-Curci e Lily Pons, che aveva un’estensione di tre ottave talmente
rara da far sottoscrivere a un critico che avrebbe potuto cantare insieme
la parte di Tristano e quella di Isotta, che diceva spesso di sentirsi prigioniera
di un solo repertorio e che dichiarò guerra al concetto di genere:
«Ha stravolto le regole del gioco», racconta Cristina. «Dopo
di lei il recital con voce e pianoforte non è più stato lo
stesso. Riusciva a essere informale all’interno di contesti formali.
Cantava con stili diversi, e si divertiva un mondo. Ascoltarla mi ha aiutato
a crescere. Anzi, dirò di più, per me è stata una specie
di figura di salvataggio. L’esecuzione più folgorante? Sono
tante, ma scelgo Azerbaijan Love Song e Stripsody». Per chiudere,
un indelebile ricordo della “prima” a Reggio Emilia: una piccola
delizia, l’aforistica Songs My Mother Taught Me di Ives, una carezza
sonora che la Zavalloni ha cantato seduta sul bordo del palco con le gambe
a penzoloni. |