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| Alice,
il mito di Matteo Levaggi |
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Quando
ho pensato di fare un balletto su Alice nel paese delle meraviglie mi è
stato chiaro da subito che non ne avrei fatto un balletto narrativo. Non
è dalla rappresentazione di vicende che dobbiamo essere coinvolti,
in danza, ma dalla possibilità che ci dà un’opera di
guardare oltre, per scoprire che possiamo superare quelle vicende in una
dimensione che è propria della nostra arte; che è la danza,
non la letteratura. È con queste premesse che affronto anche il lavoro
su Alice.Ciò che mi colpisce nel racconto di Lewis Carrol, lasciando da parte tutti i possibili significati psicologici dei molti personaggi, è l’elemento dinamico del sogno, cioè come l’autore sia riuscito così bene a rendere, in letteratura, l’idea che abbiamo del sogno: il senso di smarrimento, la perdita di identità, il senso dilatato di tempo e spazio, l’azione e non azione, la passività del dormiente che viene coinvolto in un susseguirsi di vicende. Sarà possibile fare lo stesso con i passi di danza? Scoprirlo è il mio obiettivo. La mia Alice è una giovanissima danzatrice che ho scelto non per esigenze di “copione”, ma per poter mettere in moto un processo creativo con una persona alla quale avrei voluto offrire la realizzazione di un sogno, quello cioè di danzare a soli 14 anni in una vera compagnia di danza, trattandola però come una ballerina adulta, non ponendomi il problema dell’età e facendole vivere le tensioni, le scoperte, l’euforia della sala prove. Per chi guarda, Alice diventa mito. Vorrei che i bambini si riconoscessero in questa “personcina” che ha la forza e la curiosità di scoprire quale mondo la aspetta, che è capace di gestire gli eventi, capace di muoversi in situazioni frenetiche e adulte, con naturalezza e semplicità. Il set del balletto è molto “facile”, un gioco di siparietti al fondo della scena, qualche elemento fantastico e costumi leggeri che fanno riferimento ai personaggi della storia per mezzo del colore. La musica, i movimenti e i costumi sono di oggi, ma l’oggi rimane comodamente seduto sul passato: copia, reinventa, mixa, ridandogli un'identità apparentemente "fasulla", che contiene già ciò che sarà il "nuovo". |
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