Terem
in Russia indica oggi una vecchia casa tradizionale in legno. Un tempo,
semplicemente, designava il posto più alto di una casa, sotto il
tetto. Di solito ci vivevano le fanciulle in attesa di marito. Questo è
il nome che venne in mente, agli inizi degli anni Ottanta, ad Andrey Konstantinov
e Igor Ponomarenko (poi sostituito da Alexei Barchtchev), compagni di Conservatorio
nella classe di domra in quel di San Pietroburgo, per il gruppo che avevano
appena costituito con Mikhail Dziudze, balalaika basso, e Andrey Smirnov,
bayan (accordion). Ritornare alla più antica tradizione musicale
russa, questo si proponevano, ai tempi nei quali l’Arte era vista
come un dono divino e ogni atto creativo come una conquista assolutamente
altruistica, legata tanto alla coscienza del singolo quanto a quella della
collettività intorno a lui. Andrey Smirnov sembra non nutrire dubbi:
«Quello che ci riunì insieme, è vero, è stata
la spavalderia giovanile, ma in ciascuno di noi c’era come un’ape
pungente: non potevamo vivere tranquilli fino a che il nostro sogno non
fosse divenuto realtà».
Il sogno era quello di riportare in auge l’arte libera e anarchica
dei primi musicisti di professione, gli skomorokhs, attori e ballerini,
buffoni, cantastorie e menestrelli. Intuizione felice. Nel giro di pochi
anni il Terem Quartet è divenuto uno dei fenomeni più interessanti
della world music. La loro musica piena di contrasti drammatici, il loro
stile senza catene, sensuale, le ardite e geniali contaminazioni di tradizioni
musicali le più disparate (il folklore russo, il jazz, la musica
classica) hanno lasciato segni profondi sulle platee di tutto il mondo.
Lo spiega Andrey Konstantinov: «La nostra musica semplicemente “è”.
Qualunque definizione di genere sarebbe una restrizione, quindi preferiamo
rimanere al di là dei generi. Suoniamo ogni tipo di musica, ma poi
la trasformiamo, adattandola a noi stessi e ai nostri strumenti. Il ruolo
di ciascuno di noi non è delimitato da una cornice. Siamo una struttura
flessibile: reagiamo all’istante anche ai minimi cambiamenti di atteggiamento
del quinto membro del nostro quartetto, che è il nostro pubblico».
«Paragonerei il nostro genere alla voce di un uomo che legge dei classici
ad alta voce, poi delle storie gialle, poi dei libri fantasy, ma il timbro
rimane lo stesso. Noi siamo qualcosa del genere: suoniamo musiche molto
diverse, ma il suono che emerge è sempre quello del Terem»,
precisa Smirnov. A Torino il Quartetto proporrà un po’ il meglio
del proprio repertorio: “arrangiamenti” da brani classici, pezzi
originali, omaggi a Rota, Fellini, Piazzolla… Il tutto condito con
una formidabile dose di humour e di scherzi graffianti. «Definirei
il nostro stile come canaglia-intellettuale o intellettuale-canaglia. Scegliete
quello che preferite» conclude Mischa Dziudze, «Lo scherzo è
come un “suono speciale” delle nostre melodie. Quello che incanta
l’uditorio è proprio la combinazione di cose che sembrerebbero
non poter essere mescolate. Ciò che sembrerebbe non poter coesistere
neppure nelle fantasie più audaci, lo fa invece tranquillamente nella
nostra musica e suona piuttosto convincente». (a.c.)
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