Sistema Musica gennaio 2004
Regione Piemonte Città di Torino Associazione Lingottomusica
  Daniel Harding :"Largo ai Giovani. Aprono prospettive nuove"
di Nicola Campogrande

Daniel HardingGiovane, brillante, curioso e simpatico, Daniel Harding è il direttore che qualunque orchestra di buon senso vorrebbe incrociare. Ha idee molto precise sulla musica, conosce a perfezione il proprio mestiere e sa che, senza la propulsione delle nuove generazioni, l’universo della classica sarebbe noiosissimo. Ascoltarlo dirigere è un’esperienza indimenticabile; ma, probabilmente, anche sfidarlo a un videogame o andare con lui a un concerto di Madonna non deve essere affatto male.

Maestro Harding, che cosa pensa dell’esecuzione filologica di musica dell’Ottocento? Perché suonate Beethoven con un’orchestra da camera?
«Ma perché la musica di Beethoven è scritta per un’orchestra da camera! La dimensione normale di un’orchestra ai tempi di Beethoven, e anche a quelli di Brahms, è più vicina a quella che oggi chiamiamo “orchestra da camera” rispetto alla normale “orchestra sinfonica”: questo è il nocciolo della questione. Brahms fece eseguire la sua Prima sinfonia con nove violini primi! Il moderno concetto di grande orchestra sinfonica non ha niente a che vedere con ciò che i compositori erano abituati ad avere
nel passato. È vero che talvolta Bach o Haendel avevano occasione di organizzare esecuzioni con orchestre enormi, ma in quei casi
si ricorreva a molti raddoppi nei fiati, per bilanciare la massa degli archi».

A proposito di Sintonie: lei come prepara i propri concerti? Studia anche la pittura, la letteratura, la filosofia del periodo in cui è nata la musica che dirigerà?
«Sì, sono profondamente interessato alla complessità delle relazioni che si intrecciano intorno alla musica e cerco di essere il più preparato possibile sulla cultura del periodo in questione: questa è l’idea con la quale abbiamo creato Sintonie. Il progetto è nato per il pubblico, ma anche per i musicisti: gli ascoltatori possono indagare il background culturale della musica, ma noi facciamo la stessa cosa, e quando siamo a Torino frequentiamo le mostre e gli altri eventi organizzati da Sintonie».

Già, il pubblico. C’è musica che oggi la gente non vuole ascoltare?
«Ogni musica è diversa per ogni diverso ascoltatore. Ma in generale io penso che sia possibile avanzare qualunque proposta. Il pubblico ha bisogno di avere esecuzioni di musica moderna ben fatte, espressive – mentre si sa che in passato spesso gli interpreti non si sono dedicati alla nuova musica in modo corretto. La musica nuova ha bisogno di interpreti che le offrano la stessa attenzione, la stessa espressività, la stessa bellezza che riservano a una Sinfonia di Beethoven. Può essere una sfida suonare musica del Novecento o del Duemila, perché spesso tecnicamente è più impegnativa, ma io penso che se l’esecuzione è abbastanza buona il pubblico può apprezzare questa musica nello stesso modo in cui apprezza il repertorio classico».

Personalmente le interessa scoprire nuovi compositori?
«Assolutamente sì. Credo che questo sia l’unico modo per la musica di rimanere viva. È molto importante che la musica continui a crescere, a svilupparsi. Non andiamo mica al cinema soltanto per vedere vecchie pellicole di cinquant’anni fa! Vogliamo tutti vedere nuovi film. Con la musica dovrebbe succedere lo stesso. La creazione di nuova musica è un elemento molto importante, molto più importante della sua esecuzione».

Vuole citare i nomi di alcuni nuovi compositori che lei apprezza?
«Abbiamo molti ottimi giovani compositori in Inghilterra: Thomas Adès, George Benjamin, Julian Anderson e molti altri. Credo che stiamo vivendo un momento molto stimolante nella musica contemporanea e l’aspetto eccitante è che, se si va a sentire un pezzo nuovo, prima dell’ascolto non si ha idea dello stile del brano. Ai tempi di Mozart, quando si andava ad ascoltare una nuova composizione, si padroneggiava il linguaggio con il quale qualunque partitura veniva scritta. Ma all’inizio del ventunesimo secolo se si ascolta la prima esecuzione mondiale di un lavoro di John Adams, di Wolfgang Rihm, di Pierre Boulez o (ora purtroppo non più) di Luciano Berio, ci si può trovare di fronte a linguaggi musicali completamente diversi l’uno dall’altro e questo significa che abbiamo a disposizione una grande varietà di soluzioni e che tutto è possibile, oggi, per un compositore. Non è eccitante?»
Spesso gli organizzatori di concerti si lamentano perché non ci sono giovani in sala e il pubblico invecchia sempre di più.
«Io non credo che il pubblico stia invecchiando. È vero che la musica classica e il suo pensiero, in sé, sono destinati a persone con una certa maturità, ma a quella, naturalmente, arrivano tutti. Credo che sia importante che un’orchestra formata da giovani, un giovane direttore, giovani solisti mostrino a un pubblico altrettanto giovane che la musica classica può essere interessante anche per la nostra generazione. Ma penso che sia importante farlo non perché io abbia paura di un futuro senza ascoltatori: è importante farlo perché giovani interpreti e un giovane pubblico possono offrire prospettive nuove e meravigliose alla musica, e per questo credo che la musica dovrebbe essere a disposizione di tutti».

Che tipo di musica ascolta quando non lavora? Jazz, pop, world music?
«Qualunque tipo di musica: dipende dal mio umore. Naturalmente ascolto un sacco di musica classica, ma mi piace ascoltare Frank Sinatra o Britney Spears e molte altre cose. Ogni musica ha il suo scopo e dunque scegliere che cosa ascoltare dipende dalla voglia che si ha: a volte vuoi essere coinvolto in qualche cosa di impegnativo, altre volte ti va di rilassarti. Dipende».

Come si sente di fronte a un’orchestra? Che cosa vuole dai musicisti e che cosa pensa che loro vogliano da lei?
«Io non voglio nulla e non mi interessa che cosa vogliano i musicisti. Quando sono di fronte a un’orchestra l’unica cosa che mi importa è cercare di capire che cosa il compositore vuole. Per quanto riguarda il modo in cui ti senti davanti a un’orchestra, dipende dall’orchestra! Se hai un buon rapporto con l’orchestra, allora dirigerla è come suonare uno strumento, e quello è il caso più bello. Se non ci si capisce, invece, la direzione può diventare l’esperienza più frustrante del mondo: un direttore non può obbligare nessuno a fare qualcosa “per lui”. Se c’è fiducia, le cose vanno bene ed è bellissimo; se non c’è fiducia, l’esperienza è orribile!»

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