Giovane,
brillante, curioso e simpatico, Daniel Harding è il direttore che
qualunque orchestra di buon senso vorrebbe incrociare. Ha idee molto precise
sulla musica, conosce a perfezione il proprio mestiere e sa che, senza la
propulsione delle nuove generazioni, l’universo della classica sarebbe
noiosissimo. Ascoltarlo dirigere è un’esperienza indimenticabile;
ma, probabilmente, anche sfidarlo a un videogame o andare con lui a un concerto
di Madonna non deve essere affatto male.
Maestro Harding, che cosa pensa dell’esecuzione filologica
di musica dell’Ottocento? Perché suonate Beethoven con un’orchestra
da camera?
«Ma perché la musica di Beethoven è scritta per un’orchestra
da camera! La dimensione normale di un’orchestra ai tempi di Beethoven,
e anche a quelli di Brahms, è più vicina a quella che oggi
chiamiamo “orchestra da camera” rispetto alla normale “orchestra
sinfonica”: questo è il nocciolo della questione. Brahms
fece eseguire la sua Prima sinfonia con nove violini primi! Il moderno
concetto di grande orchestra sinfonica non ha niente a che vedere con
ciò che i compositori erano abituati ad avere
nel passato. È vero che talvolta Bach o Haendel avevano occasione
di organizzare esecuzioni con orchestre enormi, ma in quei casi
si ricorreva a molti raddoppi nei fiati, per bilanciare la massa degli
archi».
A proposito di Sintonie: lei come prepara i propri concerti?
Studia anche la pittura, la letteratura, la filosofia del periodo in cui
è nata la musica che dirigerà?
«Sì, sono profondamente interessato alla complessità
delle relazioni che si intrecciano intorno alla musica e cerco di essere
il più preparato possibile sulla cultura del periodo in questione:
questa è l’idea con la quale abbiamo creato Sintonie. Il
progetto è nato per il pubblico, ma anche per i musicisti: gli
ascoltatori possono indagare il background culturale della musica, ma
noi facciamo la stessa cosa, e quando siamo a Torino frequentiamo le mostre
e gli altri eventi organizzati da Sintonie».
Già, il pubblico. C’è musica che oggi la
gente non vuole ascoltare?
«Ogni musica è diversa per ogni diverso ascoltatore. Ma in
generale io penso che sia possibile avanzare qualunque proposta. Il pubblico
ha bisogno di avere esecuzioni di musica moderna ben fatte, espressive
– mentre si sa che in passato spesso gli interpreti non si sono
dedicati alla nuova musica in modo corretto. La musica nuova ha bisogno
di interpreti che le offrano la stessa attenzione, la stessa espressività,
la stessa bellezza che riservano a una Sinfonia di Beethoven. Può
essere una sfida suonare musica del Novecento o del Duemila, perché
spesso tecnicamente è più impegnativa, ma io penso che se
l’esecuzione è abbastanza buona il pubblico può apprezzare
questa musica nello stesso modo in cui apprezza il repertorio classico».
Personalmente le interessa scoprire nuovi compositori?
«Assolutamente sì. Credo che questo sia l’unico modo
per la musica di rimanere viva. È molto importante che la musica
continui a crescere, a svilupparsi. Non andiamo mica al cinema soltanto
per vedere vecchie pellicole di cinquant’anni fa! Vogliamo tutti
vedere nuovi film. Con la musica dovrebbe succedere lo stesso. La creazione
di nuova musica è un elemento molto importante, molto più
importante della sua esecuzione».
Vuole citare i nomi di alcuni nuovi compositori che lei apprezza?
«Abbiamo molti ottimi giovani compositori in Inghilterra: Thomas
Adès, George Benjamin, Julian Anderson e molti altri. Credo che
stiamo vivendo un momento molto stimolante nella musica contemporanea
e l’aspetto eccitante è che, se si va a sentire un pezzo
nuovo, prima dell’ascolto non si ha idea dello stile del brano.
Ai tempi di Mozart, quando si andava ad ascoltare una nuova composizione,
si padroneggiava il linguaggio con il quale qualunque partitura veniva
scritta. Ma all’inizio del ventunesimo secolo se si ascolta la prima
esecuzione mondiale di un lavoro di John Adams, di Wolfgang Rihm, di Pierre
Boulez o (ora purtroppo non più) di Luciano Berio, ci si può
trovare di fronte a linguaggi musicali completamente diversi l’uno
dall’altro e questo significa che abbiamo a disposizione una grande
varietà di soluzioni e che tutto è possibile, oggi, per
un compositore. Non è eccitante?»
Spesso gli organizzatori di concerti si lamentano perché non ci
sono giovani in sala e il pubblico invecchia sempre di più.
«Io non credo che il pubblico stia invecchiando. È vero che
la musica classica e il suo pensiero, in sé, sono destinati a persone
con una certa maturità, ma a quella, naturalmente, arrivano tutti.
Credo che sia importante che un’orchestra formata da giovani, un
giovane direttore, giovani solisti mostrino a un pubblico altrettanto
giovane che la musica classica può essere interessante anche per
la nostra generazione. Ma penso che sia importante farlo non perché
io abbia paura di un futuro senza ascoltatori: è importante farlo
perché giovani interpreti e un giovane pubblico possono offrire
prospettive nuove e meravigliose alla musica, e per questo credo che la
musica dovrebbe essere a disposizione di tutti».
Che tipo di musica ascolta quando non lavora? Jazz, pop, world
music?
«Qualunque tipo di musica: dipende dal mio umore. Naturalmente ascolto
un sacco di musica classica, ma mi piace ascoltare Frank Sinatra o Britney
Spears e molte altre cose. Ogni musica ha il suo scopo e dunque scegliere
che cosa ascoltare dipende dalla voglia che si ha: a volte vuoi essere
coinvolto in qualche cosa di impegnativo, altre volte ti va di rilassarti.
Dipende».
Come si sente di fronte a un’orchestra? Che cosa vuole
dai musicisti e che cosa pensa che loro vogliano da lei?
«Io non voglio nulla e non mi interessa che cosa vogliano i musicisti.
Quando sono di fronte a un’orchestra l’unica cosa che mi importa
è cercare di capire che cosa il compositore vuole. Per quanto riguarda
il modo in cui ti senti davanti a un’orchestra, dipende dall’orchestra!
Se hai un buon rapporto con l’orchestra, allora dirigerla è
come suonare uno strumento, e quello è il caso più bello.
Se non ci si capisce, invece, la direzione può diventare l’esperienza
più frustrante del mondo: un direttore non può obbligare
nessuno a fare qualcosa “per lui”. Se c’è fiducia,
le cose vanno bene ed è bellissimo; se non c’è fiducia,
l’esperienza è orribile!»
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