Sistema Musica gennaio 2004
gli argomenti del mese
  Il problema Mendelsshon
di Oreste Bossini
Unione Musicale
domenica 18 gennaio
Conservatorio ore 16.30
serie didomenica
Pietro De Maria pianoforte
Mendelssohn. Un ritratto (primo concerto)
domenica 15 febbraio
Conservatorio ore 16.30
serie didomenica
Orchestra da camera di Praga
Andrea Bacchetti pianoforte
Mendelssohn. Un ritratto (secondo concerto)
mercoledì 19 maggio
Conservatorio ore 21
serie verde
Enrico Dindo violoncello
Pietro De Maria pianoforte
Mendelssohn. Un ritratto (terzo concerto)

martedì 20 gennaio
martedì 20 gennaio
Conservatorio ore 21
Orchestra Filarmonica di Torino
Rista Savic direttore
Sergio Lamberto violino
Michele Mo flauto
Gian Maria Bonino cembalo
Musiche di Haydn, Bach, Mendelssohn (Sinfonia n. 9 in do maggiore)

orch. sinf. naz. RAI
giovedì 29 gennaio ore 20.30
venerdì 30 gennaio ore 21
Auditorium del Lingotto
Orchestra Sinfonica Nazionale della Rai
Jeffrey Tate direttore
Lars Vogt pianoforte
Musiche di Henze, Mozart, Mendelssohn (Sinfonia n. 3
in la minore op. 56, Scozzese)

NAVIGARE IN MUSICA
  Un sito dedicato alla musica di Felix Mendelssohn
  Il sito del pianista Andrea Bacchetti
Un ritratto di MendelsshonNel 1974 un importante musicologo, Carl Dahlhaus, curò una raccolta di saggi, con contributi di vari autori, scegliendo per titolo Das Problem Mendelssohn, un’espressione alquanto singolare, ma che giungeva dritta al cuore della questione.
La figura di Mendelssohn continuava a costituire un problema per la scena musicale tedesca, e di conseguenza internazionale, nonostante che fosse trascorso oltre un secolo dalla sua morte. Ma qual era il problema? Quale imbarazzo culturale poteva ancora rappresentare, negli anni Settanta, la figura di un musicista nato e vissuto nella prima parte dell’Ottocento?
La verità è che il “problema” non era costituito tanto da Mendelssohn, quanto dall’ascesa e dal crollo in Germania di un intero sistema culturale, che aveva fondato la propria identità sull’odio, sul pregiudizio e sulla rivalsa nei confronti di persone come lui, colpevoli essenzialmente di essere d’origine ebraica.
L’antisemitismo era il problema, che la posizione unica di Mendelssohn nella storia della musica tedesca rendeva ancora di sofferta e bruciante attualità nel dopoguerra di Berlino.
In vita, nessun altro musicista aveva attratto tanta ammirazione e goduto di tanta stima quanto Mendelssohn. La sua rilevanza sulla scena musicale tedesca ed europea del primo Ottocento fu indiscutibile, fino al punto di costringere il re di Prussia quasi a pregarlo di accettare una carica ufficiale.
Come pianista fu l’idolo dei salotti; come direttore formò l’orchestra moderna
e le diede un metodo di lavoro; come insegnante fondò il primo Conservatorio tedesco; come uomo di cultura restituì ai cristiani, lui ebreo di nascita,la loro musica più grande, riportando in vita, a distanza di un secolo, la Passione secondo Matteo di Bach.
Mendelssohn fu insomma in Germania la figura centrale della generazione romantica, in una dimensione ancora più completa di quanto non fosse quella di Berlioz in Francia.
Attaccare Mendelssohn di fronte era impossibile. Appena dopo la sua morte, però, iniziò la lenta e corrosiva azione della critica più o meno velata alla sua musica, per scalzare dal piedistallo la figura che i suoi stessi critici avevano elevato in precedenza a monumento vivente, con fastidio dell’uomo in carne e ossa.
La storia imboccò una direzione tale che il monumento autentico a Mendelssohn, davanti al Conservatorio di Lipsia, fu abbattuto dai nazisti nel 1936. Wagner vide in lui il grande nemico.
Il pensiero di Mendelssohn lo ossessionò fino al giorno della sua morte, più di trent’anni dopo, con risvolti diremmo oggi psicoanalitici.
La storia inventata da Jiri Weil nel romanzo Mendelssohn è sul tetto è perfetta. Julius Schlesinger, aspirante ufficiale delle SS, ha ricevuto l’ordine di rimuovere dal tetto della sala da concerti di Praga la statua di Mendelssohn. Memore dei corsi di “scienza razziale”, Schlesinger indica ai suoi uomini di rimuovere il busto dell’uomo col naso più grosso, ma si accorge con disperazione che la statua che sta arrivando a terra è quella di Wagner.
Non è che i guasti di un secolo di menzogne, ingiustizie, disonestà intellettuale e infondatezze critiche si riparino dall’oggi al domani.
La figura di Mendelssohn è ancor oggi illuminata da una luce imprecisa e inadeguata, malgrado siano stati compiuti molti passi importanti per restituire alla sua musica il rango che le compete nella storia.
Il pianoforte di Mendelssohn, per esempio, è ancora da ripensare profondamente. Bene ha fatto l’Unione Musicale di Torino a imperniare su questo strumento il progetto dedicato all’autore, articolato in vari concerti, anche delle prossime stagioni.
Alcuni tra i migliori solisti della nuova generazione ripropongono il pianoforte di Mendelssohn nelle sue varie dimensioni: da solo, con l’orchestra e nella musica da camera.
Sulla tastiera di Mendelssohn si sono incrostati nel tempo interpretazioni e giudizi critici di sconcertante superficialità.
Ancor oggi si può leggere, in una guida al repertorio pianistico di recente pubblicazione, che nella sua produzione «ricorre sovente un virtuosismo brillante ed esteriore di marca Biedermeier».
Persino Eric Werner, il primo studioso a scrivere una biografia riparatoria su Mendelssohn, esprimeva sul suo pianoforte critiche sconcertanti.
Si cita sovente il famoso aneddoto di Rossini, che ascoltando suonare Mendelssohn disse «Sembra una Sonata di Scarlatti», come prova non dell’intelligenza del primo, ma dello stile antiquato del secondo. Rossini aveva ragione, come sempre, e riesce difficile pensare che per lui fosse un paragone negativo.
Scarlatti e Bach, l’arte della tastiera del Nord e gli antichi clavicembalisti italiani: queste sono le fonti dello stile di Mendelssohn, che era un autore formato in primo luogo dalla conoscenza della storia.
Ma non si trattava di un’erudizione fine a se stessa, estesa per altro fino ai moderni autori come Beethoven. Mendelssohn viveva la sua vasta e profonda cultura come un dialogo ininterrotto col presente, mescolando la tradizione con le forme e il linguaggio del suo tempo.
Le Romanze senza parole – traduzione non felice, ma ormai consolidata di Lieder ohne Worte – sono diventate nel tempo l’epitome della musica per signorine.
Senza dubbio l’ambiente all’interno del quale nascevano queste liriche mute, che aspiravano a rendere la cantabilità della voce umana sul pianoforte, era in buona parte connotato dall’elemento femminile, com’è testimoniato per altro dalle dediche di parecchi fascicoli. Ma gli ultimi sono pensati solo per sé, per esempio, e comunque rimarrebbe arduo includere un’artista come Clara Schumann nell’elenco delle “signorine”.
Nella forma breve Mendelssohn racchiude spesso un mondo intero, con la capacità di sintesi di uno sguardo educato a cogliere l’immagine netta.
L’emozione, per quanto vibratile e palpitante, viene espressa in un linguaggio musicale di solida struttura, dolcemente contrappuntistico.
Il virtuosismo, preteso Biedermeier, era certo uno degli elementi del successo della sua musica e del suo modo impeccabile di suonare.
I pezzi di carattere, in cui il pianoforte rifulge sull’orchestra, come nel lirico Serenate und Allegro o nel Rondo brillante, appartengono senza dubbio al gusto di un’epoca, e in ciò sta il loro limite.
Stupisce, però, che così pochi interpreti siano stati capaci di cogliere sotto questa patina luccicante, mascherata con l’attitudine estroversa, la profonda inquietudine che anima il vorticoso mulinello delle scale e degli arpeggi.
Il carattere di Mendelssohn appare col passar del tempo sempre più lontano dall’immagine risolta e rassicurante che la tradizione ottocentesca ci ha restituito.
In realtà ci sembra di vedere in lui l’unico adulto in un mondo di autori adolescenti, totalmente concentrati sulle proprie ossessioni e insicurezze.
Mendelssohn, sentendo il peso di responsabilità maggiori per un artista della sua epoca, domina l’ansia e ricaccia sul fondo l’angoscia.
La sua preoccupazione è di opporre i principi della civiltà al dominio dell’informe, che vedeva sorgere attorno a sé.
Per quanto un gigante, la sua lotta rimase impari, come le tragedie della storia hanno tragicamente confermato.

La misteriosa Nona sinfonia
Sergio LambertoMa come, la Nona di Mendelssohn! A scuola si studia che le Sinfonie di Mendelssohn sono cinque, che significa dunque quel nove?
Niente paura, nulla di beethoveniano, per fortuna. L’equivoco nasce dal fatto che il giovane – anzi, giovanissimo – Felix, studiando musica con un onesto e severo maestro come Carl Zelter, aveva composto nei primi anni Venti una dozzina e passa di Sinfonie.
Quando in Germania i Conservatori ancora non esistevano (il primo, a Lipsia, lo fondò proprio lui), s’imparava a scrivere la musica come in una bottega artigiana, per imitazione.
Nel caso di Mendelssohn la differenza consisteva nel fatto che i suoi saggi di composizione erano di gran lunga migliori della maggior parte delle analoghe opere del suo tempo.
Come molte altre musiche di Mendelssohn, queste Sinfonie per archi furono censurate dal primo curatore dell’opera omnia e sono state pubblicate solo negli anni Sessanta, con la nuova edizio-
ne delle opere complete preparata dall’istituto di Lipsia.
Per inciso, quando Mendelssohn compose la sua Nona sinfonia, quella di Beethoven non era ancora nata. (o.b.)



Pennelli e pentagrammi

Lars VogtMendelssohn ebbe un talento fuori dal comune non solo per la musica, ma anche per le arti visive. Non c’è dubbio che sia stato il miglior pittore, tra i vari musicisti che si sono dedicati alla matita o al pennello. Considerato questo aspetto particolare della sua personalità, diventa meno generico attribuire alle impressioni di viaggio l’origine di vari momenti creativi della sua vita.
I viaggi più importanti di Mendelssohn, dal punto di vista artistico, si svolsero in Italia e in Scozia, luoghi che stimolarono in entrambi i casi la creazione di una Sinfonia.
Il pellegrinaggio nella patria del Romanticismo,
i bui e tempestosi monti delle Highlands, avvenne a cavallo del 1830, ma la Sinfonia n. 3 detta Scozzese fu pronta per il pubblico solo nel 1842 – Mendelssohn, secondo per talento solo a Mozart, fu anche l’autore più autocritico che si possa immaginare.
«La cappella è scoperchiata, ricoperta di erba e di edera, e su quell’altare rotto Maria fu incoronata Regina di Scozia. Tutto è in rovina e decadente, e il cielo chiaro illumina l’interno. Credo di aver trovato oggi l’inizio della mia Sinfonia scozzese». Mendelssohn sarebbe stato lo scenografo migliore del suo teatro, se solo avesse continuato a scrivere opere. Per fortuna di Wagner, però, era troppo critico nei confronti dei libretti e soprattutto morì troppo presto per dare forma narrativa alla sua meravigliosa immaginazione. (o.b.)
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