Il
protagonista è partito: ha lasciato la sua amata, ha inciso un «Buona
notte» sul suo cancello e si è addentrato nel buio, perché
«l’amore ama vagare / Dio l’ha fatto così».
E il vagare, nella Winterreise, è una ricerca, è la ricerca,
quasi la verifica dell’impossibilità di dominare la vita: ci
si scontra con lei, la si frequenta, ci si fa scuotere e coccolare –
si pensi alla continua alternanza di maggiore e minore – ma alla fine
bisogna dargliela vinta. Schubert sarebbe morto poco dopo aver completato
la partitura; Müller, il poeta, se n’era andato un anno prima.
Nel vagare, nell’incontrare gli elementi, nell’incrociare il
fiume o il corvo o il vento, il protagonista di questo Viaggio d’inverno
si avvicina spesso agli alberi. A un tiglio, in particolare, un tiglio che
gli si presenta con affetto, che gli offre la propria ombra perché
lui possa fare sogni dolci. Lo si incontra per la prima volta al numero
cinque della partitura e si capisce subito che quello è un albero
vitale, con rami mobilissimi, con foglie che fremono, perché il pianoforte,
anziché accompagnare l’andamento da canzoncina della melodia,
si muove su un proprio palcoscenico, entra di lato con gesti musicali autonomi
e sembra quasi che parli, tanto il gioco di frasi e pause è quello
di una lingua. E infatti c’è teatro, c’è azione,
in questo Lied, perché il nostro viandante incide sulla corteccia
«molte parole d’amore», poi deve partire, di notte, ma
poi ancora gli basta chiudere gli occhi per sentire il tiglio che lo chiama,
che scuote i propri rami dicendogli «vieni, amico, qui troverai riposo».
Lui però è ormai lontano, ci sono venti ghiacciati che gli
soffiano in faccia, il suo cappello è volato via e insomma no, non
tornerà. Passa una strofa, il tiglio lancia ancora il suo richiamo
pianistico ma il viandante ormai «è a molte ore da quel luogo»:
il mormorio continua, «qui troverai riposo», ma il viaggio deve
proseguire.
Sono sempre esistiti grandi interpreti della Winterreise. Prégardien,
ad esempio, sfrutta una tavolozza di mezze voci, come farebbe Radu Lupu
sulla tastiera, ma non chiude l’interpretazione al mondo esterno,
non ne fa una questione tra lui e Schubert (Fischer-Dieskau si domandava
addirittura se fosse lecito cantare in pubblico la Winterreise) e anzi,
quando la pagina lo richiede, lancia appigli alle orecchie, fa teatro, prende
il pubblico per mano e lo fa camminare insieme a sé. Matthias Goerne
sfodera invece la sua bella e ricca voce baritonale e tutta l’irruenza
della sua giovane età, appassionandosi a dovere ma riuscendo comunque
a dominare la partitura con una maturità stilistica fuori dal comune.
Poterli ascoltare entrambi avvicinarsi a quel tiglio è un’occasione
preziosa. (n.c.)
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