Maestro
Mercurio, quando non dirige, lei compone: con l’occhio del compositore,
quali elementi qualificanti individua della Fanciulla del West?
«Sono convinto che si tratti dell’opera più grande che
Puccini ha scritto, perché pensata per un’occasione irripetibile:
l’esordio avvenne al Metropolitan di New York il 10 dicembre 1910
con l’impronta artistica di Arturo Toscanini e un cast d’eccezione
in cui primeggiava il grande Caruso. La partitura emana la magniloquenza
dei grandi affreschi e insieme, dietro a ogni pagina, nasconde miniature
preziosissime».
Cosa si può cogliere di universale e cosa di West nell’opera?
«Alcuni temi dominanti portano un riconoscibile marchio Nord americano;
d’altronde Puccini non era certo nuovo al costume di carpire e manipolare
con la destrezza che conosciamo suggerimenti di origine popolare europea
ed extraeuropea. Tuttavia in questo caso tengo a puntualizzare un aspetto
quasi mai evidenziato: fin dall’esordio l’autore scrive con
pennello spesso, da grande scenografia. Non un preludio, piuttosto una
travolgente onda di suono catapulta lo spettatore nell’ambiente
del West: sembra di veder scorrere i titoli di testa di un kolossal cinematografico
hollywoodiano, di sottintendere la voce nasale di un annunciatore che
anticipa con il tono quanto di avvincente sta per accadere in quel mondo
di cellulosa.
Tutto questo senza cadute di stile, sperimentando soluzioni armoniche
vicine al linguaggio debussyano e conservando l’inconfondibile gusto
per l’orchestrazione che è un elemento cardine della maniera
pucciniana».
Rispetto ai lavori precedenti la relazione tra musica e parola
nella Fanciulla sembra allentarsi: a cosa è dovuto questo scollamento?
«Credo che la ragione sia molto pragmatica e vada ricercata nel
fatto che il libretto nasce per traduzione di un libretto americano; mi
viene in mente che per esempio l’espressione “ciò che
avrebbe potuto essere” appartiene all’idioma inglese; lo stesso
modo di esprimersi di Ashby non è in un italiano normale, ma “americanizzato”».
Come calza l’opera rispetto alla sua vita?
«In modo perfetto: essendo io italoamericano, il lavoro mi sembra
l’ideale quadratura di un cerchio artistico. Desidero da sempre
dirigere La fanciulla: ho interpretato più volte Turandot, Bohème,
il Trittico, ma fino a oggi non ho avuto occasione di cimentarmi in questo
capolavoro.
Trovo affinità in particolare nel sentimento di fondo espresso
nel libretto, non costruito come in Tosca, Bohème, Turandot o Butterfly
sulla morte di qualcuno, che coincide con l’epilogo del dramma,
ma su un riscatto finale: qualunque errore si sia compiuto la vita offre
sempre un’altra opportunità: è sempre possibile ricominciare
una storia nuova in una nuova terra. Un messaggio, molto americano, di
inguaribile ottimismo».
Maestro, cosa direbbe a uno spettatore convinto che Puccini sia
solo quello di Turandot, Butterfly e Tosca per convincerlo a venire a
teatro ad ascoltare La fanciulla del West?
«Le altre opere del compositore toscano hanno riscosso più
successo per motivi non sempre legati alla qualità del lavoro:
è più facile trovare cantanti in grado di cantare Bohème;
Tosca è un’opera piuttosto corta con pochi interpreti e deve
la sua fama anche alla presenza di singole arie famose.
In Fanciulla sono meno i temi celebri: persino Minnie, l’eroina
principale, non possiede un’aria del tutto estraibile dal contesto
musicale e drammaturgico; eppure tutta la partitura è interessante,
l’intera vicenda è suggestiva. E poi che venga a teatro il
pubblico, ci penso io a convincerlo che l’opera merita più
di un ascolto».
OCCHI E ORECCHI PUNTATI SU MINNIE
Torino vedrà debuttare nel ruolo di protagonista della Fanciulla
del West Paoletta Marrocu, un talento naturale capace
di vincere numerosi premi ancor prima di finire gli studi, poi perfezionati
con Renata Scotto.
Negli ultimi dieci anni ha compiuto una progressiva conquista dei
teatri internazionali, partendo da quelli italiani, poi tedeschi ed
europei, infine americanie giapponesi, incantando intere platee di
melomani specie quando la sua voce ha rivestito i ruoli di Macbeth
e di Tosca (l’ultima volta nel luglio 2003 al Cortile di Palazzo
Reale);
dopo Torino sarà Minnie alla Deutsche Oper di Berlino.
Al suo fianco un’altra star come Lucio Gallo
– affermatosi sotto la guida di direttori come Abbado, Muti
e Mehta, sia sulle scene sia negli studi di registrazione –
e il giovane talento inglese Ian Storey: i due rivestiranno
i panni dei due rivali Rance e Ramerrez, lo sceriffo
e il fuorilegge innamorati della stessa donna. (s.s.) |
|