Sistema Musica gennaio 2004
Teatro Regio Torino
  L'Elisir felliniano di Livermore
di Marina Pantano

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  Teatro Regio Torino: l'attività delle scuole

Il titolo offerto alle scuole medie inferiori piemontesi in questa stagione è L’elisir d’amore di Gaetano Donizetti. Lo spettacolo rientra nel progetto del Teatro Regio La Scuola all’Opera e anche nel circuito Opera domani dell’As.Li.Co. di Milano e quindi verrà distribuito in tutta Italia (a Torino andrà in scena al Teatro Valdocco dal 4 al 7 maggio 2004). A curarne la regia sarà il torinese Davide Livermore, tenore, attore, regista, sceneggiatore radiofonico, televisivo e teatrale, che ha già affrontato nel 2002, in una coproduzione del Teatro «Petruzzelli» di Bari e dell’Opera Giocosa di Savona, il capolavoro del compositore bergamasco.

Adesso si tratta di presentare L’elisir d’amore a un pubblico di ragazzi…
«La prima cosa che mi preme dire è che non amo le semplificazioni. Non credo nelle operazioni di semplificazione indirizzate al pubblico dei giovani. Penso che qualsiasi forma d’arte non abbia bisogno di mediazioni speciali. La prima volta che ho visto un’opera lirica ero un bambino e non è stato necessario che qualcuno mi spiegasse alcunché. Quando ho sentito Boris Christoff nel Nabucco sono corso a comprarmi il disco senza che me lo consigliasse nessuno. I ragazzi di oggi sono poi ancora più pronti di quanto non lo fossi io alla loro età a comprendere il linguaggio della multimedialità. Allo stesso tempo non considero il lavoro con e per i giovani un lavoro di serie b o un ripiego, ma anzi una sfida che chi si occupa oggi di spettacolo non può fare a meno di raccogliere: ed è una sfida grande se pensiamo a quanto è difficile coinvolgerli».

A quali stratagemmi si può ricorrere per conquistare l’attenzione di una platea?
«L’idea del progetto Opera domani di far cantare i ragazzi del pubblico, debitamente preparati dagli insegnanti prima dello spettacolo, si muove senz’altro nella direzione del coinvolgimento. La mia intenzione è quella di potenziare ulteriormente la spinta alla partecipazione trasportando parte della scena in platea, scenografia e strutture ospitanti permettendo: voglio che tutti i 45.000 ragazzi che nel corso dei prossimi mesi verranno ad ascoltare e vedere L’elisir d’amore siano immersi nel campo di grano che ho immaginato teatro della vicenda, della quale saranno testimoni vicini e partecipi, come deve del resto essere il coro di contadini che di fatto impersoneranno».

Qualche nota di regia… Come sarà questo Elisir?
«Partendo da un libretto che non contiene connotazioni geografiche precise, ma solo una generica ambientazione ‘pastorale’, non ho potuto fare a meno di collocare la scena e i personaggi nel mondo contadino della campagna italiana nel periodo che va dal dopoguerra all’avvento della televisione, che è poi l’ultima campagna italiana raccontabile ed è quella di fatto narrata nei primi cinque film di Federico Fellini: allora ecco un Dulcamara-sceicco bianco, Nemorino-Moraldo o Belcore-maresciallo alla Vittorio De Sica (un perfetto cretino forte solo di una divisa) e via dicendo. Il riferimento a Fellini non vuole essere sfoggio di cultura, non bisogna aver visto i suoi film per assistere allo spettacolo: è però il riferimento più alto cui potevo ispirarmi, a me il più familiare perché è quello legato alla mia infanzia. Anche se è un mondo, quello dell’Italia contadina, di buoni sentimenti e un po’ cialtrona, che non appartiene più all’immaginario giovanile odierno, offre, a mio avviso, ancora spunti meravigliosi, nel senso dello stupore che può suscitare, e tanta poesia…».

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