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Il titolo offerto alle scuole medie inferiori piemontesi in questa stagione
è L’elisir d’amore di Gaetano Donizetti. Lo spettacolo
rientra nel progetto del Teatro Regio La Scuola all’Opera e anche
nel circuito Opera domani dell’As.Li.Co. di Milano e quindi verrà
distribuito in tutta Italia (a Torino andrà in scena al Teatro
Valdocco dal 4 al 7 maggio 2004). A curarne la regia sarà il torinese
Davide Livermore, tenore, attore, regista, sceneggiatore radiofonico,
televisivo e teatrale, che ha già affrontato nel 2002, in una coproduzione
del Teatro «Petruzzelli» di Bari e dell’Opera Giocosa
di Savona, il capolavoro del compositore bergamasco.
Adesso si tratta di presentare L’elisir d’amore a
un pubblico di ragazzi…
«La prima cosa che mi preme dire è che non amo le semplificazioni.
Non credo nelle operazioni di semplificazione indirizzate al pubblico
dei giovani. Penso che qualsiasi forma d’arte non abbia bisogno
di mediazioni speciali. La prima volta che ho visto un’opera lirica
ero un bambino e non è stato necessario che qualcuno mi spiegasse
alcunché. Quando ho sentito Boris Christoff nel Nabucco sono corso
a comprarmi il disco senza che me lo consigliasse nessuno. I ragazzi di
oggi sono poi ancora più pronti di quanto non lo fossi io alla
loro età a comprendere il linguaggio della multimedialità.
Allo stesso tempo non considero il lavoro con e per i giovani un lavoro
di serie b o un ripiego, ma anzi una sfida che chi si occupa oggi di spettacolo
non può fare a meno di raccogliere: ed è una sfida grande
se pensiamo a quanto è difficile coinvolgerli».
A quali stratagemmi si può ricorrere per conquistare l’attenzione
di una platea?
«L’idea del progetto Opera domani di far cantare i ragazzi
del pubblico, debitamente preparati dagli insegnanti prima dello spettacolo,
si muove senz’altro nella direzione del coinvolgimento. La mia intenzione
è quella di potenziare ulteriormente la spinta alla partecipazione
trasportando parte della scena in platea, scenografia e strutture ospitanti
permettendo: voglio che tutti i 45.000 ragazzi che nel corso dei prossimi
mesi verranno ad ascoltare e vedere L’elisir d’amore siano
immersi nel campo di grano che ho immaginato teatro della vicenda, della
quale saranno testimoni vicini e partecipi, come deve del resto essere
il coro di contadini che di fatto impersoneranno».
Qualche nota di regia… Come sarà questo Elisir?
«Partendo da un libretto che non contiene connotazioni geografiche
precise, ma solo una generica ambientazione ‘pastorale’, non
ho potuto fare a meno di collocare la scena e i personaggi nel mondo contadino
della campagna italiana nel periodo che va dal dopoguerra all’avvento
della televisione, che è poi l’ultima campagna italiana raccontabile
ed è quella di fatto narrata nei primi cinque film di Federico
Fellini: allora ecco un Dulcamara-sceicco bianco, Nemorino-Moraldo o Belcore-maresciallo
alla Vittorio De Sica (un perfetto cretino forte solo di una divisa) e
via dicendo. Il riferimento a Fellini non vuole essere sfoggio di cultura,
non bisogna aver visto i suoi film per assistere allo spettacolo: è
però il riferimento più alto cui potevo ispirarmi, a me
il più familiare perché è quello legato alla mia
infanzia. Anche se è un mondo, quello dell’Italia contadina,
di buoni sentimenti e un po’ cialtrona, che non appartiene più
all’immaginario giovanile odierno, offre, a mio avviso, ancora spunti
meravigliosi, nel senso dello stupore che può suscitare, e tanta
poesia…».
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