
Libertà e costrizione. Opposti assolutamente inconciliabili per
un artista? Allorché nell’agosto 1717 il principe Leopold
di Anhalt-Köthen gli conferì la nomina a Kappelmeister, Bach
non ebbe certo modo di porsi troppi dubbi. Per sei anni fu costretto a
rinunziare alla prediletta musica sacra, per dedicarsi anima e corpo al
Collegium musicum della corte, dirigendolo ogni settimana nell’exercitium
musicae, e rifornendolo di musica strumentale. Non possiamo che benedire
la proterva insensibilità del principe Leopold e la servile “genuflessioncella”
cui la creatività di Bach fu costretta. Noi. Se lui fosse stato
un ribelle stile Alfieri, tanti saluti ai sei Brandeburghesi, alle quattro
Suites per orchestra, ai concerti per violino e per cembalo, alle sonate
per flauto, violino, liuto, viola da gamba, alle Suites per violoncello
solo, alle sei Sonate e Partite a violino solo…
Concerts avec plusieurs instruments: niente di meglio gli venne in mente
per intitolare quei sei capolavori che stanno ai numeri 1046-1051 del
suo catalogo. Quasi a porre rimedio a questa sorta di bruckneriano understatement,
Philipp Spitta li soprannominò Brandeburghesi (a motivo del loro
dedicatario, il margravio Christian Ludwig di Brandeburgo). Un pizzico
di pompa in più non guasta in effetti, considerato che siamo di
fronte alla più strepitosa consummatio dello stile concertante
barocco. Dei sei, il Quinto è quello, dal punto di vista storico,
più importante, a causa del ruolo da protagonista indiscusso affidato
al cembalo concertato. I segreti della ricetta bachiana in questo BWV
1050?
Floridezza delle melodie, rigore estremo e straordinaria vitalità
del contrappunto, grande varietà di intrecci strumentali (primo
Allegro). Cantabilità e delicatezza deliziosa (Affettuoso). Gioia
arguta e danza scatenata (Allegro conclusivo). Rigore, scientia, ratiocinatio.
Creatività, estro, freschezza di sentimento. Grandiosa coincidentia
oppositorum, non c’è che dire. Una sublime rivincita per
il maestro di Eisenach. (a.c.)
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