Scatenati,
poliedrici, divertentissimi, dissacranti. Sono oltre vent’anni che
gli ormai fab-four della Banda Osiris imperversano in giro per l’Italia
e l’Europa con le loro ironiche incursioni nel mondo della musica.
Proprio per questo l’Accademia «Stefano Tempia», da sempre
avvezza a cartelloni molto impegnati, l’ha invitata. Una pausa di
comicità: il mondo della musica classica che prende in giro se stesso.
Uno sberleffo salutare. Necessario. Ne parliamo con il basso tuba Giancarlo
Macrì.
A distanza di tanto tempo la vostra capacità di divertirvi
facendo spettacoli è rimasta la stessa?
«Indubbiamente sì. Lo si vede sempre dai nostri spettacoli.
Se non ci divertissimo, probabilmente non faremmo questo mestiere. La
formula della Banda Osiris è così completa e divertente,
e ci ha dato da vivere bene per ventitré anni, che sicuramente
è difficile pensare a un altro modo di lavorare».
Amate parlare di “gusto per gli altri”. Col pubblico
avete dunque un rapporto vitale?
«Fondamentale, come per quasi tutti i comici. È il quinto
protagonista. Quando il pubblico “ci sta”, perché capisce
che c’è molta sincerità, riusciamo a lavorare in scioltezza
e possiamo permetterci di improvvisare. In realtà, sembra che improvvisiamo
molto, ma non è assolutamente vero. La nostra grande capacità
probabilmente è quella di far credere che tutto quello che noi
facciamo sia improvvisato. Se resistiamo e continuiamo a vendere spettacoli
con una media di cento-centotrenta serate l’anno, è perché
la professionalità e la qualità pagano…»
Come vi sentite? Dei contaminatori, dei dissacratori, dei missionari…
«Un po’ tutte queste cose. Quello che noi odiamo di più
nella musica è il fatto che i musicisti si prendano un po’
troppo sul serio. Se abbiamo una missione nella nostra vita, è
proprio quella di far capire che si può far musica (soprattutto
classica) divertendosi. I nostri spettacoli non hanno grandissime pretese:
c’è dell’ottima musica, c’è molto divertimento
e molto affiatamento fra di noi. Questa è la carta vincente. In
molti, dal jazz alla classica, hanno apprezzato lo stile che noi abbiamo
creato. Siamo persino stati tra i pochi a essere stati disegnati in una
storia di Topolino…»
Quale spettacolo proporrete il 17 gennaio?
«Superbanda, cioè il meglio dei numeri della Banda di questi
vent’anni, montati come se fossero una storia della musica. C’è
un trait-d’union piuttosto labile che è la storia della musica.
Partiamo dall’inizio e andiamo avanti. Ogni tanto ci sono dei “buchi”,
poi torniamo indietro…»
In partenza, allora, voi siete musicisti, perché l’aspetto
musicale è fondamentale…
«La cosa fondamentale è questa: noi non siamo musicisti.
Probabilmente, un vero musicista non farebbe mai le cose che facciamo
noi con la musica. Ma non avrebbe mai le idee che abbiamo noi sulla musica».
Artisti a trecentosessanta gradi, allora.
«Non lo so. Non siamo né musicisti né attori. Siamo
la Banda Osiris. La nostra grande scuola è stata la strada, dove,
per “accalappiare” il pubblico, devi avere molta energia,
ritmo; e devi creare sempre continue sorprese. Questi fondamenti li abbiamo
imparati facendo per quattro-cinque anni spettacoli in strada. Da lì
li abbiamo trasportati nel mondo teatrale».
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