| Un tempo, tra le
insenature di un pezzo musicale, si cercava di riconoscere un paesaggio
e un popolo che non avremmo mai visto, del quale si sentiva favoleggiare.
Erano sufficienti un timbro o una scala di note per socchiudere la porta
verso altro. Si trattava di far capolino, insomma, dal ciglio di un fossato:
al di là i mondi erano cento e tutti ugualmente seducenti per la
loro estraneità, ma li si guardava dallo spioncino, senza compromissioni.
Oggi il percorso sembra invertito: l’uomo dell’Ovest non può
pensare a un’identità senza mescolarsi con il cardine opposto
del mondo, sta cominciando a capire che l’unico modo per salvarsi
dalla dispersione è di cercare i più radicali, comuni denominatori
tra uomini e uomini, accorciando distanze, nebulizzando i muri tra i corpi.
Un concerto che fissa il suo perno sulle opere di Hosokawa e Takemitsu non
è per pochi intenditori patiti di nuova musica esotica, ma per persone
disponibili a farsi sollecitare, talvolta ipnotizzare, da temi sonori che
penetrano e distendono all’infinito le nostre misere capacità
percettive catapultandoci fuori dal fossato. Lì si trova uno scenario
fasciato in un teso silenzio da spaesamento e curiosità, con la possibilità
di partecipare a eventi pennellati sul niente, ora ondosi, ora slabbrati,
o ancora materici e laceranti; dalla profondità appaiono fantasmagorie
di danze di corte, memorie di popolo, ma così visionarie da poter
essere sognate da chiunque in qualunque angolo della Terra. Certo è
che ogni segno tracciato è vivente, alimenta di continuo la nostra
immaginazione. John Cage prima, Steve Reich e Philip Glass dopo, si sono
ispirati a una cultura d’Oriente per cambiare il linguaggio dell’arte
in Occidente: a fine millennio si assiste a un’onda di ritorno che
scova compositori giapponesi mentre frugano nel barattolo delle tecniche
e delle forme costruttive di proprietà dell’Ovest dominatore
per ripensare le poetiche dell’Est aggiogato. Per ciò Toru
Takemitsu, l’artista che Torino ha omaggiato recentemente dedicandogli
un’edizione di Torino Settembre Musica, nel ciclo di opere consacrato
alla pioggia, converte la sua scrittura verso riconoscibili decorsi melodici,
scoperte corrispondenze formali, definisce un piano architettonico del lavoro
compositivo che erige un’orientale, panica immersione degli animi
nei fenomeni naturali secondo coordinate temporali di tipo evolutivo (occidentali)
e non contemplativo. Per lo stesso motivo, il quarantacinquenne di Tokyo
Toshio Hosokawa, già studente a Berlino, Friburgo e Darmstadt negli
anni Settanta, lascia pulsare una nota o un germe sonoro limitando il campo
visivo psichico su un punto, come a contemplare un mandala, ma si serve
di triadi tonali perfette per aprire squarci luminescenti e cerca il fulcro
timbrico di un oggetto sonoro con l’impegno speculativo ed ermeneutico
dei padri delle avanguardie storiche del Novecento. Memoria storica di un’estetica
della fusione tra opposti geografici, più degli autori sopra citati,
era il più rivoluzionario e universale dei compositori del Novecento:
Claude Debussy. A lui la paternità della poetica transnazionale che
esalta l’immobilità del meriggio canicolare, l’ora del
respiro in apnea pronto a espirare verso il tramonto; a lui va ricondotta
la ricerca sugli elementi, come l’acqua, che non nascondono, ma incarnano
nella loro inconsistenza, un mistero; suo è un silenzio denso di
presenze inafferrabili eppure desolatamente vuoto. Lo spazio lasciato dalla
musica durante questo concerto permetterà allo spettatore di cogliere
le risonanze dei propri pensieri, il moto pneumatico che i fatti suscitano
nell’animo: spesso parlano più chiaramente delle parole.
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