Monteverdi,
la guerra e l’amore
Venezia 1638. È un Monteverdi oramai settantunenne quello che dà
alle stampe il Libro ottavo, la maggiore e la più impegnativa di
tutte le raccolte profane fino ad allora da lui pubblicate, lo scrigno
prezioso che racchiude i frutti delle fatiche di oltre un decennio di
esperimenti. Una grandiosa amplificazione della metafora dell’amore
come guerra tanto cara al Marino e ai suoi seguaci, una straordinaria
raccolta dall’impostazione dicotomica: Madrigali Guerrieri et Amorosi.
Per essa Monteverdi forgia un idioma stilistico tutto nuovo, geniale,
scaturito da una concezione pittorica dell’unione testo-musica,
dalla mimesis musicale di azioni sceniche simultanee. Quelli che il suo
estro partorisce sono capolavori straordinari. Spiccano un lamento poetico-musicale
di immensa forza espressiva (Lamento della Ninfa), un sublime mélange
di pathos guerresco e di lirismo amoroso (Combattimento di Tancredi et
Clorinda), una sontuosa azione coreografica incorniciata da interventi
cantati (Ballo delle Ingrate). (a.c.) (4 settembre)
Marcel Marceau, genio del mimodramma
Nata nel 1999, La Nouvelle Compagnie de Mimodrame «Marcel Marceau»
nasce sotto la direzione artistica del grande mimo, con l’obiettivo
di presentare un repertorio che si inserisca nella grande tradizione del
teatro gestuale francese. Ideale erede della prima compagnia mondiale
di mimodramma che Marceau fondò nel dopoguerra, si prefigge anche
di consentire ad artisti-mimi, per la maggior parte formati nella Scuola
Internazionale del Mimodramma di Parigi, di perpetuare e rinnovare questa
tradizione unica.
Lo spettacolo proposto a Torino prevede una prima parte di assolo del
grande Marcel (Pantomime di stile, Pantomime di Bip) e una seconda parte
in cui la Compagnia al completo si cimenterà nei Racconti fantastici,
soggetto di ispirazione letteraria asiatica ed europea che rende omaggio
al Giappone dell’epoca Edo, alla Cina e alla romantica Italia del
XIX secolo. (c.f.) (5-6 settembre)
Charpentier, maestro del colore
Un outsider di lusso. Questo fu Marc-Antoine Charpentier nella Parigi
di Luigi XIV, di Lully e Molière. Per destino più che per
scelta. L’invidia e la malattia gli boicottarono la meritata carriera
a corte, ma lui trovò lo stesso il modo di farsi valere. Lavorando
con la Comédie Française di Molière, facendosi nominare
maestro di musica di Philippe d’Orléans (futuro reggente
di Francia), collaborando con la Compagnia del Gesù presso il Collège
d’Harcourt e Louis-le-Grand. I Gesuiti apprezzarono molto il suo
gusto raffinato per il colore strumentale, la sua abilità nel gioco
dei contrasti, la freschezza seducente delle sue melodie. Queste sono
appunto le qualità della Messe pour plusieurs instruments au lieu
des orgues H. 513, una gustosa messa d’organo scritta nel 1674-76
pensando a una chiesa… senza organo. E anche del Te Deum H. 146,
un’opera sontuosa dagli accenti gioiosi e guerreschi, scritta forse
per celebrare la vittoria di Steenkerke del 3 agosto 1692, dal cui Prélude
proviene la celeberrima fanfara, icona sonora, dal 1953, dell’Eurovisione.
(a.c.) (7 settembre)
Maazel, Mehta & Muti
No, non sarà come per i Tre Tenori, non saranno tutti sullo stesso
podio. A ciascuno ne verrà affidato uno. E meno male, perché
sono Zubin Mehta, Lorin Maazel e Riccardo Muti.
Tutti e tre da oltre quarant’anni trottano in giro per il mondo,
osservando il globo dai podi delle migliori orchestre.
Con alcune Mehta ha stabilito legami lunghissimi che si contano in decenni:
New York Philharmonic (78-91), Israel Philharmonic (di cui è direttore
musicale a vita), Orchestra del Maggio Musicale Fiorentino (dal 1986).
A Firenze lo aveva preceduto Muti, impegnato anche a Londra, Filadelfia
e Salisburgo, prima di imporsi alla Scala, dove è direttore musicale
del Teatro e della Filarmonica da ormai quasi vent’anni.
Violino e bacchetta in mano dall’età di cinque anni, dopo
5000 esecuzioni e circa 300 dischi, Maazel è uno dei direttori
più apprezzati e illuminati al mondo, e nel maggio 2005 esordirà
come compositore al Covent Garden con l’opera 1984, tratta dal romanzo
di Orwell. (s.s.) (9, 10, 13, 19 settembre)
Kerala: danza, musica e teatro dall’India
Cinque
puntate (con replica) per entrare nel mondo Kerala e scoprire il fascino
di questa regione dell’India Sud-occidentale. Si apre con il Teyyam,
un rituale in origine destinato ad attirare la presenza benefica degli
spiriti attraverso danze spettacolari accompagnate da percussioni. Si
prosegue con le marionette Pãvakathakali, ispirate al Teatro Kathakali
di cui sono la versione in miniatura. È poi il turno della musica
classica, vocale e strumentale, che, pur appartenendo alla grande tradizione
dell’India del Sud, ha un sapore e un repertorio propri grazie soprattutto
all’opera del raja Swati Tirunal, grande compositore e patrono delle
arti vissuto nel XIX secolo.Spazio anche alla danza classica, Mõhiniãttam,
la danza femminile del Kerala per eccellenza; secondo la leggenda era
danzata dal dio Visnù, per l’occasione mascherato con sembianze
femminili allo scopo di sedurre Shiva. Si conclude con il K~utiyãttam,
l’unica forma di teatro in sanscrito dell’India; la sua tradizione
risale al IX secolo ed è all’origine di altri generi teatrali
del Kerala come il Kathakali e il Krishnanattam. (c.f.) (dal 17 al 21
settembre)
Ute Lemper, dal Cabaret tedesco alla chanson
Qualche
anno fa Ute Lemper ha rischiato di perdersi: è stato subito dopo
l’esplosione del suo successo europeo, quando la giovanissima interprete
del repertorio brechtiano ha pensato di portare in giro per i teatri uno
spettacolo da soubrette televisiva, danzando in un modo che è meglio
dimenticare e con coreografie che fortunatamente non hanno lasciato nella
memoria che pochissime tracce. Dopo di allora, chi temeva che Ute Lemper
avesse così precocemente concluso la sua ricerca artistica, ha
dovuto ricredersi: la cantante tedesca oggi poco più che quarantenne
non ha abbandonato la coppia Brecht-Weill, ma ha aggiunto via via il repertorio
della chanson francese, da Edith Piaf a Jacques Prevert, da Serge Gainsbourg
a Jacques Brel, ha collaborato con un compositore come Michael Nyman,
infine ha attraversato le canzoni di Tom Waits ed Elvis Costello per arrivare
a scrivere propria musica, com’è avvenuto per l’album
But One Day… L’età e l’ambiente del cabaret tedesco
restano sempre presenti, componenti essenziali della sua identità
artistica. Ma Ute Lemper ha ormai da tempo deciso di non accontentarsi
e di non rimanere fissata in un’etichetta: le sue scelte artistiche
possono perciò spaziare liberamente come la sua voce. (s.c.) (24
settembre)
Paolo Conte, narratore per vocazione
Scorrendo
l’elenco delle canzoni che Paolo Conte ha scritto fin dagli anni
Sessanta e interpretato a partire, più o meno, dalla metà
dei Settanta, si ha la netta sensazione di trovarsi di fronte a un diario
che anno dopo anno registra meticolosamente, in parole e suoni, tutte
le esperienze, le percezioni e le fantasticherie di un grande sognatore
solitario: l’America d’infanzia che ha l’atmosfera del
jazz e del cinema, gli anni del boom economico e le leggende del ciclismo,
i riverberi di paesaggi esotici che prendono l’aspetto di una réclame
o della grande città più vicina, Genova o Parigi. Si ha
anche l’impressione che Paolo Conte butti via pochissimo di quel
che scrive e che, proprio come una nota di diario, la singola canzone
abbia meno valore per sé sola che non in riferimento a quelle che
le sono accanto e che sono nate con lei. Non che non abbia scritto alcune
canzoni-capolavoro, ma erano per lo più destinate ad altri (Azzurro
a Celentano, Genova per noi a Lauzi, Bartali a Jannacci…) e, una
volta riacquisite dal Paolo Conte interprete, hanno smesso di presentarsi
come vette isolate per reinserirsi, più opportunamente, all’interno
del suo diario poetico e musicale. La qualità può essere
discontinua, l’ispirazione alterna: costante è la vocazione
narrativa che in ogni sua canzone racchiude, come in un microcosmo, la
porzione di un mondo che è anche il nostro. (s.c.) (23 settembre)
Berio, Boulez e l’InterContemporain
Pierre
Boulez e l’Ensemble InterContemporain, il gruppo fondato dal compositore
francese nel 1976 per la diffusione e la produzione di musica contemporanea,
saranno protagonisti di un concerto incentrato su musiche di Berio e di
Boulez stesso, con la partecipazione della torinese Luisa Castellani,
navigata interprete del repertorio vocale contemporaneo. Sarà l’occasione
imperdibile per ascoltare (o riascoltare) Chemins II (1967), commentario
per ensemble composto sull’impianto della Sequenza VI per viola;
Différences per cinque strumenti e nastro (1958-59), una delle
prime composizioni che prevede l’interazione dei suoni acustici
con quelli elaborati elettronicamente. Seguirà una delle partiture
più popolari di Berio, quella dei Folk Songs (1964), antologia
di canti popolari di varia provenienza (Stati Uniti, Armenia, Provenza,
Sicilia, Sardegna, ecc.), in origine riuniti per la voce camaleontica
di Cathy Berberian. Di Boulez è in programma la seconda versione
di Dérive, eseguita per la prima volta a Milano nel 1990. (s.s.)
(25 settembre)
Ughi, Rostropovich e l’Inno alla Gioia
Parlare
d’Europa non sempre ci fa sentire parte, anima e corpo, di un unico
popolo disteso tra un lembo e l’altro del continente: l’appartenenza
al proprio ceppo di nascita è ancora forte. Con la musica è
diverso. Beethoven non si esprime per mezzo di un idioma in uso a Bonn
e dintorni, Bach non discrimina tra luterani, cattolici, ortodossi, ebrei
o calvinisti: tocca la voglia di Dio persino degli atei. Le capriole con
doppio salto mortale di paganiniana fattura stupefanno gli algidi norvegesi,
suscitano, per sintonia, danze e baccanali agli irrequieti popoli a bagno
nel Mediterraneo. La melodia calda firmata C?ajkovskij sembra scritta
ai piedi del Vesuvio e non nella steppa sconfinata. Torino Settembre Musica,
che in questi anni ha aperto gli orizzonti ben oltre Gibilterra, decide
di chiudere l’edizione 2004 celebrando la vecchia Europa: chiama
per questo in causa un’orchestra dell’Est, I Virtuosi di Praga,
e una dell’Ovest, I Filarmonici di Roma, un grande solista di ceppo
slavo, Mstislav Rostropovic?, e uno dalle radici latine, Uto Ughi. A Torino
e al suo Regio Teatro il compito di sventolare la bandiera dell’unità
musicale, eseguendo in fundo l’ecumenica, corale Nona di Beethoven.
(g.n.) (26 settembre) |