Sistema Musica giugno-luglio 2004
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Monteverdi, la guerra e l’amore
Venezia 1638. È un Monteverdi oramai settantunenne quello che dà alle stampe il Libro ottavo, la maggiore e la più impegnativa di tutte le raccolte profane fino ad allora da lui pubblicate, lo scrigno prezioso che racchiude i frutti delle fatiche di oltre un decennio di esperimenti. Una grandiosa amplificazione della metafora dell’amore come guerra tanto cara al Marino e ai suoi seguaci, una straordinaria raccolta dall’impostazione dicotomica: Madrigali Guerrieri et Amorosi. Per essa Monteverdi forgia un idioma stilistico tutto nuovo, geniale, scaturito da una concezione pittorica dell’unione testo-musica, dalla mimesis musicale di azioni sceniche simultanee. Quelli che il suo estro partorisce sono capolavori straordinari. Spiccano un lamento poetico-musicale di immensa forza espressiva (Lamento della Ninfa), un sublime mélange di pathos guerresco e di lirismo amoroso (Combattimento di Tancredi et Clorinda), una sontuosa azione coreografica incorniciata da interventi cantati (Ballo delle Ingrate). (a.c.) (4 settembre)

Marcel Marceau, genio del mimodramma
Nata nel 1999, La Nouvelle Compagnie de Mimodrame «Marcel Marceau» nasce sotto la direzione artistica del grande mimo, con l’obiettivo di presentare un repertorio che si inserisca nella grande tradizione del teatro gestuale francese. Ideale erede della prima compagnia mondiale di mimodramma che Marceau fondò nel dopoguerra, si prefigge anche di consentire ad artisti-mimi, per la maggior parte formati nella Scuola Internazionale del Mimodramma di Parigi, di perpetuare e rinnovare questa tradizione unica.
Lo spettacolo proposto a Torino prevede una prima parte di assolo del grande Marcel (Pantomime di stile, Pantomime di Bip) e una seconda parte in cui la Compagnia al completo si cimenterà nei Racconti fantastici, soggetto di ispirazione letteraria asiatica ed europea che rende omaggio al Giappone dell’epoca Edo, alla Cina e alla romantica Italia del XIX secolo. (c.f.) (5-6 settembre)


Charpentier, maestro del colore
Un outsider di lusso. Questo fu Marc-Antoine Charpentier nella Parigi di Luigi XIV, di Lully e Molière. Per destino più che per scelta. L’invidia e la malattia gli boicottarono la meritata carriera a corte, ma lui trovò lo stesso il modo di farsi valere. Lavorando con la Comédie Française di Molière, facendosi nominare maestro di musica di Philippe d’Orléans (futuro reggente di Francia), collaborando con la Compagnia del Gesù presso il Collège d’Harcourt e Louis-le-Grand. I Gesuiti apprezzarono molto il suo gusto raffinato per il colore strumentale, la sua abilità nel gioco dei contrasti, la freschezza seducente delle sue melodie. Queste sono appunto le qualità della Messe pour plusieurs instruments au lieu des orgues H. 513, una gustosa messa d’organo scritta nel 1674-76 pensando a una chiesa… senza organo. E anche del Te Deum H. 146, un’opera sontuosa dagli accenti gioiosi e guerreschi, scritta forse per celebrare la vittoria di Steenkerke del 3 agosto 1692, dal cui Prélude proviene la celeberrima fanfara, icona sonora, dal 1953, dell’Eurovisione. (a.c.) (7 settembre)

Maazel, Mehta & Muti
No, non sarà come per i Tre Tenori, non saranno tutti sullo stesso podio. A ciascuno ne verrà affidato uno. E meno male, perché sono Zubin Mehta, Lorin Maazel e Riccardo Muti.
Tutti e tre da oltre quarant’anni trottano in giro per il mondo, osservando il globo dai podi delle migliori orchestre.
Con alcune Mehta ha stabilito legami lunghissimi che si contano in decenni: New York Philharmonic (78-91), Israel Philharmonic (di cui è direttore musicale a vita), Orchestra del Maggio Musicale Fiorentino (dal 1986).
A Firenze lo aveva preceduto Muti, impegnato anche a Londra, Filadelfia e Salisburgo, prima di imporsi alla Scala, dove è direttore musicale del Teatro e della Filarmonica da ormai quasi vent’anni.
Violino e bacchetta in mano dall’età di cinque anni, dopo 5000 esecuzioni e circa 300 dischi, Maazel è uno dei direttori più apprezzati e illuminati al mondo, e nel maggio 2005 esordirà come compositore al Covent Garden con l’opera 1984, tratta dal romanzo di Orwell. (s.s.) (9, 10, 13, 19 settembre)


Kerala: danza, musica e teatro dall’India
KeralaCinque puntate (con replica) per entrare nel mondo Kerala e scoprire il fascino di questa regione dell’India Sud-occidentale. Si apre con il Teyyam, un rituale in origine destinato ad attirare la presenza benefica degli spiriti attraverso danze spettacolari accompagnate da percussioni. Si prosegue con le marionette Pãvakathakali, ispirate al Teatro Kathakali di cui sono la versione in miniatura. È poi il turno della musica classica, vocale e strumentale, che, pur appartenendo alla grande tradizione dell’India del Sud, ha un sapore e un repertorio propri grazie soprattutto all’opera del raja Swati Tirunal, grande compositore e patrono delle arti vissuto nel XIX secolo.Spazio anche alla danza classica, Mõhiniãttam, la danza femminile del Kerala per eccellenza; secondo la leggenda era danzata dal dio Visnù, per l’occasione mascherato con sembianze femminili allo scopo di sedurre Shiva. Si conclude con il K~utiyãttam, l’unica forma di teatro in sanscrito dell’India; la sua tradizione risale al IX secolo ed è all’origine di altri generi teatrali del Kerala come il Kathakali e il Krishnanattam. (c.f.) (dal 17 al 21 settembre)


Ute Lemper, dal Cabaret tedesco alla chanson
Ute LemperQualche anno fa Ute Lemper ha rischiato di perdersi: è stato subito dopo l’esplosione del suo successo europeo, quando la giovanissima interprete del repertorio brechtiano ha pensato di portare in giro per i teatri uno spettacolo da soubrette televisiva, danzando in un modo che è meglio dimenticare e con coreografie che fortunatamente non hanno lasciato nella memoria che pochissime tracce. Dopo di allora, chi temeva che Ute Lemper avesse così precocemente concluso la sua ricerca artistica, ha dovuto ricredersi: la cantante tedesca oggi poco più che quarantenne non ha abbandonato la coppia Brecht-Weill, ma ha aggiunto via via il repertorio della chanson francese, da Edith Piaf a Jacques Prevert, da Serge Gainsbourg a Jacques Brel, ha collaborato con un compositore come Michael Nyman, infine ha attraversato le canzoni di Tom Waits ed Elvis Costello per arrivare a scrivere propria musica, com’è avvenuto per l’album But One Day… L’età e l’ambiente del cabaret tedesco restano sempre presenti, componenti essenziali della sua identità artistica. Ma Ute Lemper ha ormai da tempo deciso di non accontentarsi e di non rimanere fissata in un’etichetta: le sue scelte artistiche possono perciò spaziare liberamente come la sua voce. (s.c.) (24 settembre)


Paolo Conte, narratore per vocazione
Paolo ConteScorrendo l’elenco delle canzoni che Paolo Conte ha scritto fin dagli anni Sessanta e interpretato a partire, più o meno, dalla metà dei Settanta, si ha la netta sensazione di trovarsi di fronte a un diario che anno dopo anno registra meticolosamente, in parole e suoni, tutte le esperienze, le percezioni e le fantasticherie di un grande sognatore solitario: l’America d’infanzia che ha l’atmosfera del jazz e del cinema, gli anni del boom economico e le leggende del ciclismo, i riverberi di paesaggi esotici che prendono l’aspetto di una réclame o della grande città più vicina, Genova o Parigi. Si ha anche l’impressione che Paolo Conte butti via pochissimo di quel che scrive e che, proprio come una nota di diario, la singola canzone abbia meno valore per sé sola che non in riferimento a quelle che le sono accanto e che sono nate con lei. Non che non abbia scritto alcune canzoni-capolavoro, ma erano per lo più destinate ad altri (Azzurro a Celentano, Genova per noi a Lauzi, Bartali a Jannacci…) e, una volta riacquisite dal Paolo Conte interprete, hanno smesso di presentarsi come vette isolate per reinserirsi, più opportunamente, all’interno del suo diario poetico e musicale. La qualità può essere discontinua, l’ispirazione alterna: costante è la vocazione narrativa che in ogni sua canzone racchiude, come in un microcosmo, la porzione di un mondo che è anche il nostro. (s.c.) (23 settembre)


Berio, Boulez e l’InterContemporain

Luciano BerioPierre Boulez e l’Ensemble InterContemporain, il gruppo fondato dal compositore francese nel 1976 per la diffusione e la produzione di musica contemporanea, saranno protagonisti di un concerto incentrato su musiche di Berio e di Boulez stesso, con la partecipazione della torinese Luisa Castellani, navigata interprete del repertorio vocale contemporaneo. Sarà l’occasione imperdibile per ascoltare (o riascoltare) Chemins II (1967), commentario per ensemble composto sull’impianto della Sequenza VI per viola; Différences per cinque strumenti e nastro (1958-59), una delle prime composizioni che prevede l’interazione dei suoni acustici con quelli elaborati elettronicamente. Seguirà una delle partiture più popolari di Berio, quella dei Folk Songs (1964), antologia di canti popolari di varia provenienza (Stati Uniti, Armenia, Provenza, Sicilia, Sardegna, ecc.), in origine riuniti per la voce camaleontica di Cathy Berberian. Di Boulez è in programma la seconda versione di Dérive, eseguita per la prima volta a Milano nel 1990. (s.s.) (25 settembre)


Ughi, Rostropovich e l’Inno alla Gioia
Uto UghiParlare d’Europa non sempre ci fa sentire parte, anima e corpo, di un unico popolo disteso tra un lembo e l’altro del continente: l’appartenenza al proprio ceppo di nascita è ancora forte. Con la musica è diverso. Beethoven non si esprime per mezzo di un idioma in uso a Bonn e dintorni, Bach non discrimina tra luterani, cattolici, ortodossi, ebrei o calvinisti: tocca la voglia di Dio persino degli atei. Le capriole con doppio salto mortale di paganiniana fattura stupefanno gli algidi norvegesi, suscitano, per sintonia, danze e baccanali agli irrequieti popoli a bagno nel Mediterraneo. La melodia calda firmata C?ajkovskij sembra scritta ai piedi del Vesuvio e non nella steppa sconfinata. Torino Settembre Musica, che in questi anni ha aperto gli orizzonti ben oltre Gibilterra, decide di chiudere l’edizione 2004 celebrando la vecchia Europa: chiama per questo in causa un’orchestra dell’Est, I Virtuosi di Praga, e una dell’Ovest, I Filarmonici di Roma, un grande solista di ceppo slavo, Mstislav Rostropovic?, e uno dalle radici latine, Uto Ughi. A Torino e al suo Regio Teatro il compito di sventolare la bandiera dell’unità musicale, eseguendo in fundo l’ecumenica, corale Nona di Beethoven. (g.n.) (26 settembre)

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