Al
tempo delle interminabili lotte fra gli adepti e gli oppositori di Richard
Wagner, la civiltà musicale francese riconobbe in César
Franck una sorta di guida spirituale e pratica, un maestro la cui fama
venne costruita quasi suo malgrado. Nato a Liegi nel 1822, trasferitosi
a Parigi intorno ai vent’anni e proveniente da una famiglia le cui
origini tedesche vennero di proposito ignorate dai suoi apologeti, Franck
non aveva la vocazione del condottiero. Organista e compositore, non fu
mai un concertista virtuoso e non venne mai gratificato della cattedra
di composizione alla quale aspirava. I suoi allievi, tuttavia, formavano
un gruppo piuttosto compatto, una “banda”, come venne chiamata
allora, che lavorò a edificare la sua fama a colpi di polemiche
e di agiografie. Definizioni come quella che fa di Franck il “Bach
francese”, il Pater seraphicus di una nuova generazione di musicisti
cresciuti, tramite il suo insegnamento, all’ombra di un linguaggio
genuinamente francese e tuttavia distante dalla tradizione, sono tutte
riconducibili all’iniziativa dei suoi allievi, in particolare a
Vincent d’Indy.
Ma può un maestro rinnegare il suo ruolo presso gli allievi? Può
distinguere tra gli effetti della sua influenza e separare quelli genuini
da quelli indotti? Può farlo senza disconoscere non solo i suoi
seguaci, ma anche il ruolo storico che gli è stato riconosciuto
e attribuito? César Franck non lo fece. Si riconobbe lui stesso,
lentamente, nei ritratti che lo immortalavano e operò con consapevolezza
sempre maggiore non a rifiutare, ma a metabolizzare l’esempio wagneriano,
a trasformarlo in qualcosa di meno distante e di meno tedesco, in una
lezione puramente musicale restituita alle forme dell’armonia e
del contrappunto, dunque spogliata di tutto il suo sostrato mitologico.
Fornire ai giovani musicisti francesi la possibilità di attingere
a un vocabolario musicale nuovo, non più condizionato da quanto
sapeva di “francese” in passato, ma senza capitolare di fronte
al fascino germanico del wagnerismo: questa fu la missione che i suoi
allievi gli cucirono addosso e questo fu il compito di cui César
Franck si fece a poco a poco responsabile.
I meriti della musica di Franck, tuttavia, sono sensibilmente diversi
da quelli che d’Indy e gli altri credettero di riconoscervi. Il
terreno sul quale si muoveva con maggiore agio era quello dell’armonia
ed è proprio qui, nel modo di evidenziare le dissonanze e di evitare
le concatenazioni abituali, che Franck riserva le sorprese più
interessanti. Non nella grande forma, la cui tenuta appare spesso affidata
alla retorica, né nell’idea della “forma ciclica”,
che si affida a un’invenzione tematica non sempre felicissima, ma
nelle sottili irregolarità armoniche, padroneggiate con grande
maestria, e nell’arte della variazione, trasformata da Franck in
un genere attualissimo e fecondo.
Da questo punto di vista, le Variations symphoniques per pianoforte e
orchestra scritte nel 1885, all’età di 63 anni, sono da considerare
l’apice della sua produzione. La composizione poggia su due elementi
tematici che, nel corso delle variazioni, vengono sviluppati in parallelo.
Ma l’elemento del contrasto armonico, reso ancor più incisivo
da quello timbrico fra orchestra e pianoforte, gioca un ruolo centrale
nel lavoro, risolvendo la tensione che produce solo in brevi passaggi,
vere e proprie invenzioni che stravolgono, solo per un momento, l’equilibrio
dei rapporti sonori. L’andamento improvvisativo del pianoforte,
eredità della fantasia organistica, sottolinea la libertà
dello svolgimento fino a sospendersi su un improvviso trillo che introduce
il finale, la parte più brillante e disinibita della composizione.
Legare queste Variations symphoniques allo scherzo sinfonico di Paul Dukas,
L’apprenti sorcier (1897), e alla suite sinfonica Shéhérazade
di Nikolaj Rimskij-Korsakov (1888) è forse un modo per evidenziare
i meriti e i limiti dell’arte di César Franck: l’abilità
di Dukas nell’arte della variazione non sarebbe stata forse possibile,
infatti, senza lo sviluppo che Franck ne diede offrendola in dote a una
generazione di musicisti francesi; il lussureggiante orientalismo di Rimskij-Korsakov,
d’altra parte, lavora proprio in quel margine di espressività
e di sensualità sonora alla quale Franck non ebbe accesso, come
mostra il suo poema sinfonico con pianoforte solista Les Djinns, da Victor
Hugo, nel quale appunto il colore orientale viene irrimediabilmente a
mancare, inaccessibile com’è a una musica priva di voluttà
narrativa com’è quella di César Franck.
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