Maestro
Rizzi, a quando risale il suo primo contatto con il Ballo in maschera?
«A molto tempo fa: è stata la prima opera cui ho assistito
dal vivo. Erano i primi anni Settanta, l’inaugurazione della Stagione
della Scala era affidata a Gavazzeni e sul palcoscenico spiccava Pavarotti;
nella mia memoria di adolescente s’impresse in particolare il ricordo
del repentino cambio di scena dallo studio del Conte alla festa finale
(la regia era di Zeffirelli) nell’ultimo atto: uno scarto drammatico
che testimonia la sensibilità assoluta alle ragioni del dramma
da parte di Verdi, capace di subordinare a queste anche la bellezza di
una melodia».
Qual è dunque il nocciolo poetico del capolavoro verdiano?
«L’autore di Busseto non nasce genio, basta seguire il suo
percorso evolutivo per constatare come la diluizione dei pezzi chiusi
– aria, recitativo, duetti – nel flusso della narrazione sia
una conquista lunga e sofferta; il Ballo è un paradigmatico esempio
di maturità fin dalla prima scena, che non descrive un’azione
ma un intreccio stratiforme di situazioni e stati d’animo: il Conte
che riceve i dignitari da una parte, il coro a commentare, i sicari cospiratori
dall’altra... Il tema-chiave stesso dell’opera è intrigato
e moderno: il dolore di un uomo che presume erroneamente d’essere
vittima di un duplice tradimento, della moglie e del migliore amico, si
vede crollare in un colpo gli affetti certi. Infine tutte le tortuosità
della psiche trovano voce: pensiamo al secondo atto, al campo dell’impiccato
quando Amelia nella sua aria trascorre dal dolore alla brama, dalla speranza
alla rassegnazione».
Alla sua bacchetta quale ruolo spetta?
«Il mio impegno per la musica tenderà a valorizzare la dimensione
lirica della scrittura verdiana, quella delle interiezioni, delle preziosità
nascoste e delle sfumature leggere, che a me – sebbene meno eclatanti
del resto – sembrano il succo del lavoro».
Balli e feste in molte opere da Mozart a Berg sono luogo dell’ambiguità:
è così anche per il Verdi del Ballo?
«Certo chi si maschera pretende d’essere ciò che non
è e in questo senso il finale appartiene al modello cui lei fa
riferimento; ma Verdi si costringe ancora in alcuni obblighi formali come
quello del coro gioioso e la musica non pare esprimere doppiezza quanto
piuttosto un’idea di terrore stilizzato. Per questo non darò
al Minuetto movenze settecentesce, ma piuttosto un andamento palpitante,
cardiaco».
Quanto tragico e comico convivono nel dramma?
«Non ne farei questione di generi ma piuttosto di un approfondito
coefficiente di umanità da parte del Verdi maturo, che sa scovare
nei destini compresenze di leggerezza e grevità. Basti pensare
al Conte Riccardo, presentato come ragazzone superficiale, sebbene buono
e incline al perdono, poi tormentato da un destino che lo vuole innamorato
della moglie del suo migliore amico». (g.n.)
|