Lorenzo
Mariani, come sarà il suo Ballo in maschera?
«Ricevuta la proposta dal Teatro Regio di Torino, ho immediatamente
pensato che il clima da respirare nell’allestimento avrebbe dovuto
essere di suspense, un thriller psicologico politico sul tema della cospirazione
in un mondo squilibrato, dove lo Stato è governato da altri e gli
indigeni sono in rivolta, dove su ciascun personaggio è proiettato
un cono d’ombra. Già all’ascoltare quel coro da chiesa
anglicana che apre l’opera si avverte un marcato contrasto chiaroscurale
che a mio avviso è estendibile lungo l’intera trama. L’intreccio
drammaturgico è costruito su un gioco di nascondimenti, apparenze
e rivelazioni tardive: Amelia occulta, anche a se stessa, il suo amore
per Riccardo, quest’ultimo secreta la sua passione per Amelia a
Renato. La scena al campo, scandita dal palpitare del cuore di Amelia,
e seguita dal lungo duetto d’amore fa giustamente accostare a Massimo
Mila il capolavoro verdiano al Tristano di Wagner: una tensione permanente
sul filo del rasoio, tra il giusto bene e il male in luogo di una giustapposizione
tra quadri formali ed espressivi di contrasto. Così, insieme allo
scenografo Maurizio Balò, che si è avvalso delle abilità
inventive e produttive dei laboratori di scenografia del Teatro Regio,
abbiamo cercato di ricostruire un umore noir di stampo hitchcockiano,
un mondo diviso in bianco e nero e sensibile al mistero, alla dimensione
supernaturale che dia corpo al ruolo cardine assunto dal destino nel libretto».
Come far interagire elementi di modernità con il rispetto
della tradizione in una regia lirica?
«Il gioco dell’interpretare – e la trasposizione è
già un atto interpretante – non può che partire e
approdare al testo, inteso come relazione dialettica tra parole e musica
e ha come obiettivo quello di disegnare l’atmosfera prevalente dell’opera
attingendo alle proprie immagini poetiche di riferimento, anche storicamente
traslate. La materia del Trovatore è la notte, quella di Rigoletto
la vendetta, in Traviata la generosità, il sacrificio. Nel Ballo,
anche perché un lavoro di cerniera per l’evoluzione artistica
di Verdi e strutturalmente ibrido, il valore è l’indefinibile,
lo sfuggente: mi sembrava che un’ambientazione da film giallo anni
Venti e Trenta potesse rappresentare bene questo punto di vista».
(g.n.)
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