Che
il teatro musicale di Verdi sia innanzitutto un teatro di voci, costruito
sul canto, sembra un’ovvietà. E invece è un’affermazione
che va calibrata; non può sminuire per esempio l’importanza
della parte strumentale, che col canto interagisce non come semplice accompagnamento
ma proiettando i ruoli vocali in uno spazio drammatico ed espressivo.
E non può, come invece spesso è accaduto, giustificare il
sacrificio della teatralità, ovvero di una recitazione non solo
di movimenti in scena ma di dizione, di articolazione del testo, di flessibilità
di colori e timbri in nome di una bellezza vocale depurata, ovvero della
libertà del cantante di sciorinare innanzitutto le qualità
della propria voce nelle migliori condizioni possibili. Teatro di voci,
insomma, ha da essere innanzitutto teatro, che si costruisce e si espande
attraverso il canto e l’orchestra che lo avvolge e lo accompagna.

Il ballo in maschera, opera verdiana dal fascino tutto particolare, in
cui maturità drammatica e musicale si coniugano ancora all’interno
di un garbo formale che sta per scomparire dalla storia dell’opera,
ai cantanti chiede molto, vocalmente e teatralmente. Come in tutto il
teatro verdiano, non sono solo stereotipi quelli che ci troviamo davanti,
ma personaggi complessi, ricchi di sfumature; così entrano in scena
e poi ancora, da un atto all’altro, crescono, cambiano, evolvono;
ogni interprete perciò ha da trovare il proprio personaggio, comprenderlo,
costruirlo senza sacrificarne la complessità; e poi interagire,
con gli altri e con la non meno complessa macchina musicale e teatrale
messa in moto da Verdi e Somma.
Oscar il paggio, per esempio, pare un nulla, ma è personaggio sulla
cui voce fanno perno scene chiave, una per tutte il concertato del secondo
quadro; Donata D’Annunzio Lombardi che gli darà voce nella
produzione torinese ha tutte le carte – mostrate per esempio in
un ruolo non meno difficile da non ridurre a macchietta quale quello di
Musetta della Bohème pucciniana – per disegnare un paggio
elegante, stilé, presente e vibrante nel suo registro acuto e chiaro
senza diventare, come spesso è accaduto, vocetta petulante o vacua.
All’estremo opposto e simmetrico della tavolozza drammatico-cromatica
del Ballo verdiano sta il personaggio della donna ed Elisabetta Fiorillo,
che darà voce alla maga al Regio, ha già dato prova di saper
tratteggiare l’oscurità di Ulrica, lasciando espandere la
forza e la potenza, teatrali e vocali, che sono costitutive del ruolo,
senza però sacrificare (ed è forse questa la sfida maggiore
che la parte impone) i tratti puramente romantici di mistero e allusività.
Il cuore dell’opera è però, ovviamente, il triangolo
fra i personaggi principali e la produzione torinese può contare
su tre interpreti verdiani di provata classe. 
Il baritono è Ambrogio Maestri, che in molti ruoli – fra
cui soprattutto Falstaff – sa trovare un equilibrio che non mortifica
nessuna faccia di personaggi ambigui per definizione e sa dunque profilare
un Renato che non sia solo uno sprovveduto prima e un furente vendicatore
poi, bensì un’anima tormentata e complessa, costretta a un
ribaltamento psicologico terribile.
Vincenzo La Scola, senz’altro fra migliori tenori lirico-leggeri
su piazza, è un Riccardo vocalmente elegante, e questa è
forse la parte più signorile, più finemente aristocratica
che Verdi abbia mai scritto, e teatralmente credibile nell’insinuarsi,
col gioco delle voci e in scena, negli interstizi di un personaggio sempre
sospeso fra una leggerezza talora fatua e un’intensità di
passione talora tinta di vera disperazione.
Sylvie
Valayre infine, oltre a tutte le doti di vocalità verdiana che
il pubblico torinese ha già potuto conoscere dalla sua Lady Macbeth
di due anni fa, oltre ad acuti definiti dardi argentei e a un registro
medio-grave caldo e morbido – ambedue fondamentali in una parte
tutta costruita su frasi lunghissime e di grande slancio melodico –
ha i mezzi interpretativi nel canto e nella recitazione per regalare un’Amelia
che sappia esprimere tutto lo struggimento e la disperazione, ma anche
tutta la sensualità di cui il personaggio è, in ogni momento,
intriso. |