Basta
il nome, Maurice Béjart, ed è già certezza: in scena
ci saranno bellezza e gioventù e spettacolo, a piene mani. Da cinquant’anni
– un record – il coreografo più famoso del secondo
Novecento, oggi settantasettenne, dirige la sua Compagnia a propria immagine
e somiglianza, seguendo il filo interiore di gusti, ossessioni, fantasie
– prima a Bruxelles e ora a Losanna – e tuttora non tradisce
mai il suo pubblico, regalandogli proprio ciò che vuole: danza
e musica, corpi e pensieri, teatro e carisma, e soprattutto emozione seducente.
Tutti gli innamorati del maestro marsigliese dagli occhi turchesi, gran
sacerdote dell’arte del corpo, avranno la gioia di ritrovare il
suo mondo a Torino dal 18 al 20 luglio con Le presbythère n’a
rien perdu de son charme ni le jardin de son éclat, ovvero Ballet
for Life, un successo di lungo corso, nato nel 1997 come inno al talento
di Mozart, di Freddie Mercury (dei Queen), di Jorge Donn (il suo ballerino-feticcio),
tre artisti strappati alla vita troppo presto, accomunati dal genio, dal
fato e, specie post mortem, dalla popolarità. «I miei balletti»
ha detto Béjart in proposito «sono incontri con un brano
musicale, con la vita, l’amore, la morte, con persone il cui passato
e il cui lavoro sono dentro di me, proprio come succede al danzatore –
che io non sono più – il quale ogni volta incorpora personaggi
che vanno oltre lui stesso. Amore immediato per la musica dei Queen. Immaginazione,
violenza, humour. È tutto qui». Veleno o malattia o arma
da fuoco, sembra dire Béjart: la morte toglie a chi li ama i più
giovani, i più belli, i più bravi. Come è accaduto
anche a Gianni Versace, autore dei costumi di Ballet for Life. Ma, strappati
via di colpo dai corpi esanimi i bianchi lenzuoli della morgue, su It’s
a Beautiful Day si libera, fin dall’ingresso in questo Presbytère,
sacrario risplendente di eroi senza tempo, vitalità incomprimibile
degli esseri umani e, ballando ballando, rivediamo le immagini dell’esuberanza
camp di Freddie, mentre si celebra quello che è il rito irrinunciabile
dell’indomito Béjart, la danza come destino nel nome del
motto «Fate l’amore e non la guerra». Tocca a Gil Roman
– alter ego di Béjart – un assolo sulla Musica funebre
massonica di Mozart che si specchia nella famosa sezione Galileo di Bohemian
Rhapsody dei Queen. E ancora la ballata Love of My Life “risponde”,
per così dire, al Concerto n. 21 di Mozart mentre un triste lettino
di ospedale diventa luogo di incantato incontro erotico per una coppia
appassionata. Come spesso accade nelle creazioni béjartiane, i
ragazzi hanno il loro momento d’oro; così accade anche in
questo balletto, che commuove sinceramente nella sezione della “scatola”,
dove i boys entrano uno a uno nel contenitore fino ad abitarlo in dodici,
creando sulle note inconfondibili di Radio Gaga una scultorea composizione
di forme plastiche. Paura e humour, senso di perdita e speranza si alternano
in questo Presbythère: «Compito dell’artista oggi,
in tempo di guerre civili e lutti, fondamentalismi e drammi, è
donare bellezza, guardare al futuro» afferma Béjart, che
ha sempre amato, dal canto suo, gli incontri di culture, di storie, geografie,
biografie, musiche e letterature. E, alla fine del suo Ballet for Life
– che è anche il titolo del film che ne è stato ricavato
– appaiono magicamente sul grande schermo la silhouette e il volto
tragico di Jorge Donn (il ballerino favorito di Béjart –
e suo grande amore – morto di Aids come Mercury), il “predestinato”
che offre il sacrificio di sé a Tersicore su I Want to Break Free,
in una registrazione live del 1986. The Show Must Go On, è la conclusione
di tutto, come Mercury stesso cantò tante volte per la felicità
dei fan. Interrogato sui sentimenti che prova rivedendo ogni sera Donn,
Béjart rivela: «Non sono triste, anzi, mi sento felice nel
ritrovare il miglior ballerino che io abbia mai avuto». Al pubblico
non resta che unirsi alla Compagnia in questa celebrazione della passione
per la vita. Maurice Béjart, del resto, respira l’immortalità:
«In quella terra di nessuno, dove tutti andremo un giorno, sono
sicuro che Freddie Mercury suona il pianoforte con Mozart». |