Sistema Musica giugno-luglio 2004
gli argomenti del mese
  Arvo Pärt: «Come ho riscoperto la melodia»
Settembre Musica
Torino Settembre Musica
lunedì 6 settembre
Chiesa di San Filippo - ore 21
Orchestra Sinfonica
Nazionale della Rai
Estonian Philharmonic Chamber Choir
Tõnu Kaljuste direttore
Momo Kodama pianoforte
Musiche di Pärt

martedì 7 settembre
Galleria d’Arte Contemporanea – Sala Conferenze ore 17
Incontro con Arvo Pärt
Presentazione del volume Arvo Pärt a cura
di Enzo Restagno

mercoledì 8 settembre
Chiesa Monastica Ecumenica di Bose ore 16 e ore 21
Estonian Philharmonic Chamber Choir
Tõnu Kaljuste
direttore
Musiche di Pärt

venerdì 10 settembre
Chiesa di San Filippo ore 17
Tallin Chamber Orchestra

Estonian Philharmonic Chamber Choir
Tõnu Kaljuste direttore
Musiche di Pärt

sabato 11 settembre
Chiesa di San Filippo ore 17
Hilliard Ensemble
Xenia Ensemble

Musiche di Pärt

domenica 12 settembre
Chiesa di San Filippo ore 21
Hilliard Ensemble
Estonian Philharmonic Chamber Choir

Paul Hillier direttore
Musiche di Pärt


NAVIGARE IN MUSICA
  Un sito dedicato ad Arvo Part
  Il sito dedicato al direttore Tonu Kaljuste
Arvo PartCome ogni anno, Torino Settembre Musica sostiene la pubblicazione di un volume saggistico dedicato al compositore al quale si rende omaggio. Dalle Conversazioni con Arvo Pärt curate da Enzo Restagno e pubblicate da Il Saggiatore anticipiamo un passo che si riferisce alla genesi della musica di Pärt.
Enzo Restagno «Fino al 1968 lei ha scritto seguendo il metodo dodecafonico, magari applicato in maniera non troppo rigorosa, dimostrando in ogni componimento il disagio tipico di coloro che ancora non hanno trovato una soluzione veramente personale ai propri problemi linguistici. A queste prove così travagliate seguì un lungo periodo di silenzio dal quale sarebbe scaturita finalmente una prospettiva veramente personale. Mi rendo conto di quanto sia difficile e delicato ricostruire il cammino percorso durante quelle stagioni silenziose, ma per la mia indagine e soprattutto per tutti coloro che leggeranno queste pagine, si tratterà di un’occasione preziosa».
Arvo Pärt «Mi ero convinto che con quei mezzi non avrei potuto proseguire: per me non c’era materiale a sufficienza e così smisi praticamente di scrivere musica. Avrei voluto prendere contatto con qualcosa di vivo, di semplice e non distruttivo. Quando lavoravo alla radio maneggiavo strumenti sofisticati ed efficienti come altoparlanti e magnetofoni ma improvvisamente sentii la necessità di allontanarmi da quel lusso perché sentivo che mi avrebbe ingabbiato e costretto a procedere in un’altra direzione. In seguito, quando ho dovuto lavorare con degli apparecchi, ho scelto i più semplici: un registratore molto primitivo che potesse offrirmi solo l’essenziale, il minimo indispensabile. Non mi importava niente delle frequenze alte o basse, della riduzione del rumore; volevo soltanto una linea musicale che fosse portatrice di un’anima, come quella che esisteva nei canti di epoche lontane, com’è ancora oggi nel folklore: una monodia assoluta, una nuda voce dalla quale tutto ha origine. Volevo imparare come si fa a condurre quella linea ma non avevo nessuna idea in proposito. Avevo a disposizione soltanto un libro di canti gregoriani, un Liber usualis proveniente da una piccola chiesa di Tallin, e mi sono messo a cantare e a suonare quelle melodie con lo stesso spirito con cui ci si sottopone a una trasfusione di sangue. Era un lavoro terribilmente faticoso perché non si trattava di un semplice passaggio di informazioni: bisogna capire a fondo com’era nata quella musica, com’erano le persone che l’avevano cantata, che cosa avevano provato nella vita, come l’avevano scritta quella musica e come si era tramandata nei secoli, diventando la sorgente dalla quale deriva la nostra musica. In qualche modo sono riuscito a stabilire un contatto con quella realtà musicale che però non ho mai usato come citazione, fatta eccezione per un’opera di qualche anno fa che ho scritto per il Duomo di Bologna, Beatus Petronius. In questa musica le note che si susseguono formano realmente un discorso, porgono informazioni concrete, qualcosa di simile al canto degli uccelli: noi non lo comprendiamo ma loro si capiscono. Questa musica monodica ha un preciso contenuto informativo; essa nasce, come le cattedrali, su un terreno che contiene le rovine di un tempio preesistente, un tempio pagano probabilmente che, a sua volta, è stato costruito su quel terreno per ragioni precise. Questa catena di forme, di templi e di canti che si elevano gli uni sulle rovine degli altri, è più forte di quanto noi possiamo immaginare. Anche nel mio lavoro quotidiano mi imbattevo in difficoltà del genere: riuscivo per un po’ a condurre una singola voce ma poi non sapevo come proseguire. Dovevo continuare a scrivere solo musica monodica? E che cosa sarebbe successo con una seconda e una terza voce? Che ne sarebbe stato dell’armonia e della polifonia? Dove avrebbe potuto nascere una seconda voce? Assillato da questi dubbi mi misi a riflettere sugli albori della polifonia e mi resi conto che essa è qualcosa di molto più complesso e profondo di quanto le rigide regole con cui Kund Jepsen analizza e spiega la musica di Palestrina facciano supporre. La seconda voce deve essere qualcosa di indipendente, come in una famiglia dovrebbero essere marito e moglie e questo rapporto di indipendenza è visibile, secondo me, negli albori della polifonia antica. Cercai di mettere in pratica queste intuizioni nella mia Terza sinfonia, pensando la forma intera del componimento come la metafora della costruzione di una città».
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