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Beethoven,
il silenzio
e la classicitą
di Gaia Varon
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beethoven 2004 |
Le
nove sinfonie
Auditorium del Lingotto - Torino
Orchestra Sinfonica Nazionale della Rai
Rafael Frühbeck de Burgos direttore
Coro Filarmonico «Ruggero Maghini» di Torino
Claudio Chiavazza maestro del coro
Barbara Frittoli, Sara Mingardo, Steve Davislim, Peter Lika
solisti
giovedì 10, venerdì 11
giugno
Sinfonia n. 1 in do maggiore op. 21
Sinfonia n. 2 in re maggiore op. 36
Sinfonia n. 5 in do minore op. 67
mercoledì 16, giovedì
17 giugno
Sinfonia n. 4 in si bemolle maggiore op. 60
Sinfonia n. 3 in mi bemolle maggiore op. 55 (Eroica)
lunedì 21, martedì 22
giugno
Sinfonia n. 6 in fa maggiore op. 68 (Pastorale)
Sinfonia n. 7 in la maggiore op. 92
mercoledì 30 giugno, giovedì 1 luglio
Sinfonia n. 8 in fa maggiore op. 93
Sinfonia n. 9 in re minore op. 125 |
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Nel
Silenzio, poeticissimo film del 1998 con sceneggiatura e regia dell’iraniano
Mohsen
Makhmalbaf, un ragazzino povero e cieco, ma dotato di un orecchio straordinario,
lavora come accordatore di strumenti musicali in un villaggetto del Tagikistan.
Seguendo le sue peripezie, sentiamo vari frammenti musicali, ma uno in
particolare, pur nella veste timbrica piacevolmente esotica e sensuale
di strumenti di un altro mondo, ci suona familiare. «Babababam»,
dice la sceneggiatura. Il frammento ritorna, si ripete, si assomma, si
mescola. Nella scena finale ritroviamo la nostra memoria echeggiare dentro
l’esotico bazaar del villaggetto tagico, quando il ragazzino, con
una gestualità suggestiva e poetica quanto improbabile, dirige
dal suo buio e ciò che prende suono attraverso i colpi degli artigiani
sui loro calderoni di rame è l’inizio della Quinta di Beethoven.
È certo uno dei più imprevisti, ma non il più stravagante
fra gli innumerevoli rivestimenti o travestimenti di cui la musica di
Beethoven sia stata ammantata nei suoi circa due secoli di vita. Beethoven
in tutte le salse, buono dalle colonne sonore alla pubblicità,
una figurina musicale. Beethoven di cui possediamo decine di diverse incisioni
discografiche per ciascuna Sinfonia. Che senso ha continuare a suonare
Beethoven, andare ad ascoltarlo in sala da concerto?
In un illuminante libriccino, Futuro del classico, Salvatore Settis ricorda
che il mullah Omar, all’indomani dell’11 settembre, paragonò
l’America a Polifemo, «un gigante accecato da un nemico a
cui non sa dare un nome» e si domanda però se anche questo
non sia che un esempio di una classicità ridotta a frammenti pronti
per tutti gli usi, magari arbitrari, senza che si conosca il paradigma
di quella classicità. Settis si riferisce propriamente all’antichità
greco-romana, ma, pur con tutti i distinguo, molte delle sue riflessioni
e domande potrebbero valere anche per quel corpus di opere, per quel linguaggio
che noi abbiamo imparato a chiamare classico in musica. Molto più
vicino a noi nella cronologia, dunque anche più facilmente o più
compiutamente conoscibile. Eppure Beethoven, come Haydn, come Mozart,
sono in realtà aldilà della nostra possibilità di
comprenderli una volta per tutte. Ascoltando la Quinta ammantata di timbri
improbabili nel film di Makhmalbaf, ascoltando ogni Quinta nella sua veste
ordinaria nella sala da concerto, possiamo limitarci a riconoscerla, a
ritrovare con piacere ciò che già sta nel nostro bagaglio
di emozioni e pensieri. Oppure possiamo provare a ri-conoscerla, a conoscerla
di nuovo, in altro modo. A lasciarci sorprendere, perché la musica
di Beethoven può sorprenderci all’infinito. E come scrive
Settis dell’altra classicità: «Quanto più sapremo
guardare al “classico” non come una morta eredità che
ci appartiene senza nostro merito, ma come qualcosa di profondamente sorprendente
ed estraneo, da riconquistare ogni giorno, come un potente stimolo a intendere
il diverso, tanto più da dirci esso avrà nel futuro».
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