La
Repubblica Ceca è uno degli stati che il primo maggio entrano a far parte
dell’Unione Europea. Per presentarsi, per festeggiare, che cosa fa? Dichiara
il 2004 “anno della musica” (ci sono diversi compositori cechi nati o morti
in anni che fanno rima con il quattro) e organizza concerti dappertutto.
Facendo ascoltare un po’ di jazz, un po’ di rock, ma soprattutto musica
classica, perché Smetana, Dvorák o Janácek si “vendono” persino meglio
del cristallo di Boemia. Così quando, durante un incontro del quale diamo
conto su questo numero di “Sistema Musica”, l’Assessore Alfieri ricorda
che «la cultura non è un fatto ornamentale ma la quinta delle sei linee
strategiche di questa amministrazione», afferma qualcosa di noto ma di importante
da ribadire: la cultura – e a Torino la musica ne costituisce una bella
fetta – non è solo un modo di essere, un segnale di identità: la cultura
può essere fonte di reddito, calamita per turisti e viaggiatori, ingranaggio
determinante di un volano complesso che sta spingendo la città. Nello stesso
incontro, però, gli organizzatori musicali si sono interrogati sulla situazione
presente: su un certo calo del pubblico, sulle risorse che mancano, sulla
difficoltà dei “piccoli” vicino ai “grandi”, sulla necessità di parlarsi
per fare sì che la mobilità delle associazioni minori possa continuare a
fecondare l’inevitabile assetto istituzionale dei grandi enti. Poi, essendo
torinesi, ci si è lamentati un po’. Troppo. Ma è vero che la potente macchina
della “città della musica” forse ha bisogno di far benzina. E dunque è importante
chiedersi che cosa mettere nel serbatoio. La questione non è semplice. Tutt’altro.
Però uno sforzo di fantasia probabilmente ormai va fatto, e va fatto in
grande. Torino è una città nella quale gli “esperimenti” che si affidano
ai festival, le programmazioni “speciali” e gli “azzardi” dovrebbero entrare
a far parte della routine. È forse la sola grande città italiana che dovrebbe
accettare, anzi pretendere, che il repertorio del passato sia presentato
ogni sera in forma nuova; che la musica dei compositori viventi faccia parte,
per legge, di tutti i programmi; che ogni opera allestita, ogni conferenza
organizzata, ogni concerto messo in cartellone abbia addosso un marchio
di qualità che certifichi il senso, l’intelligenza, l’importanza dell’evento.
Altri possono continuare a clonare il presente, vivacchiando e scambiandosi
convenevoli. Noi no, non possiamo farlo: la musica ci serve e abbiamo bisogno
che sia eccellente, non solo nella fattura (dove oggettivamente abbiamo
grandi risultati) ma anche nella spinta propulsiva, nella ricerca del nuovo,
nella dimostrazione continua, faticosa ma necessaria, che ci crediamo, che
quella è la nostra vita, che sappiamo metterci in gioco. Io credo che ce
la possiamo fare. E voi? |