Sistema Musica marzo 2004
unione musicale
  Le Cantate di Bach e l’anima della musica
di Angelo Chiarle
giovedì 18 marzo
Conservatorio ore 21
serie L’altro suono
Academia Montis Regalis
Coro del Teatro Regio di Torino
Alessandro De Marchi direttore
Claudio Marino Moretti maestro del coro
Bach. Cantate (terzo concerto)

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  Il sito dell'Academia Montis Regalis
  La scheda dello spettacolo del 18 marzo
  Una risorsa su J. S. Bach

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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J.S. BachRitornano le Cantate di Bach. Il 18 marzo prossimo sarà la terza tappa del ciclo scaturito dalla collaborazione tra l’Unione Musicale, il Teatro Regio di Torino e l’Academia Montis Regalis, e brillantemente iniziato, si ricorderà, due anni or sono.
«Freschezza, vivacità e immediatezza esecutiva», aveva a suo tempo chiosato la critica, all’indomani dei due primi concerti del 2002 (marzo e novembre), rimarcando la felicità del connubio tra
le vivide sonorità degli strumenti originali della Montis Regalis e la
cristallina vocalità del Coro del Regio. Grande soddisfazione ed entusiasmo nel riprendere il progetto bachiano si percepiscono nelle parole con cui ce ne parla il maestro del Coro Claudio Marino Moretti.

Quale tipo di lavoro state svolgendo sulla vocalità bachiana?
«Studiare una Cantata di Bach è sempre un’altissima scuola. Innanzitutto bisogna partire dal presupposto che è necessario un minimo di scelta di un certo tipo di voci all’interno di un gruppo di settantacinque persone come il nostro. Bisogna soprattutto adattarlo agli strumenti originali. Ci sono gusti e sonorità diversi. Hanno difficoltà d’intonazione ed esecutive sicuramente più complesse degli strumenti moderni. Occorre trovare il giusto rapporto, perché altrimenti il nostro tipo di voci rischia di essere “scollegato” rispetto agli strumenti d’epoca. Per esempio, cantando con un’orchestra intonata a 415, un semitono sotto, il rapporto interno tra le voci in certi punti diventa più difficoltoso, soprattutto tra contralti (che tendono a pesare un po’ troppo) e tenori. Poi, c’è da dire che le voci italiane sono sempre un po’ più ricche di armonici… A qualcosa insomma si deve rinunciare. Ma bisogna anche andare oltre questi problemi, perché altrimenti ci si ferma. È vero che in Italia non abbiamo la tradizione di certi gruppi specialistici esteri, ma possiamo comunque raggiungere risultati accettabili. Il Coro del Regio di Torino, tutto sommato, ha la fortuna di avere un buon gruppo di voci in grado di fare bene anche nella musica di Bach».

E in effetti avete ottenuto delle notevoli soddisfazioni…
«Assolutamente sì, perché c’è un buon numero di persone che vede in questi progetti, nello studio di repertori diversi rispetto all’opera, una possibilità di crescita. Lo studio delle Cantate di Bach è formativo al massimo: è più dedicato alla vocalità, all’anima della musica. Grazie a esso il Coro ha sempre un margine di crescita in quanto coro. L’opera è fatta di mille altri problemi che sono legati al palcoscenico. Il coro è solo uno dei tanti ingredienti, per cui spesso la vocalità risulta un po’ sacrificata. Il coro non è considerato nel senso “storico” del termine: è quasi un personaggio. Ci vogliono più prontezza, più riflessi forse, ma non concentrazione sulla vocalità. Se devo eseguire Bach, è subito tutto un altro modo di cantare, sicuramente più spirituale. Il nostro lavoro diventa quello di ricercare la spiritualità del suono rispetto, mi viene quasi da dire, alla carnalità. Quello che fa molto bene è poter fare sia una cosa sia l’altra».

Con l’Academia Montis Regalis e con il suo direttore Alessandro De Marchi si sta insomma consolidando una collaborazione molto proficua, come attesta anche la recente incisione dell’Orlando finto pazzo di Vivaldi…
«Ci troviamo molto bene con quest’Orchestra, che è molto migliorata in questi anni. Con De Marchi è da diverso tempo che collaboriamo e ci auguriamo di proseguire il più possibile con lui. Cantare con questi strumenti ci fa bene, perché hanno un tipo di sapore e di colore che non ci sono in un’orchestra sinfonica. Con l’Orlando finto pazzo abbiamo fatto un bellissimo lavoro. A Parigi ci sono stati fatti i complimenti per la nostra coerenza stilistica rispetto all’orchestra. Tutto questo per un coro d’opera è un arricchimento talmente elevato che poi continua a lievitare quasi per inerzia. Speriamo di poter andare avanti con esperienze
di questo e altro genere nel repertorio barocco, e in quello sinfonico, grande e piccolo».

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