Ritornano
le Cantate di Bach. Il 18 marzo prossimo sarà la terza tappa del
ciclo scaturito dalla collaborazione tra l’Unione Musicale, il Teatro
Regio di Torino e l’Academia Montis Regalis, e brillantemente iniziato,
si ricorderà, due anni or sono.
«Freschezza, vivacità e immediatezza esecutiva», aveva
a suo tempo chiosato la critica, all’indomani dei due primi concerti
del 2002 (marzo e novembre), rimarcando la felicità del connubio
tra
le vivide sonorità degli strumenti originali della Montis Regalis
e la
cristallina vocalità del Coro del Regio. Grande soddisfazione ed
entusiasmo nel riprendere il progetto bachiano si percepiscono nelle parole
con cui ce ne parla il maestro del Coro Claudio Marino Moretti.
Quale tipo di lavoro state svolgendo sulla vocalità bachiana?
«Studiare una Cantata di Bach è sempre un’altissima
scuola. Innanzitutto bisogna partire dal presupposto che è necessario
un minimo di scelta di un certo tipo di voci all’interno di un gruppo
di settantacinque persone come il nostro. Bisogna soprattutto adattarlo
agli strumenti originali. Ci sono gusti e sonorità diversi. Hanno
difficoltà d’intonazione ed esecutive sicuramente più
complesse degli strumenti moderni. Occorre trovare il giusto rapporto,
perché altrimenti il nostro tipo di voci rischia di essere “scollegato”
rispetto agli strumenti d’epoca. Per esempio, cantando con un’orchestra
intonata a 415, un semitono sotto, il rapporto interno tra le voci in
certi punti diventa più difficoltoso, soprattutto tra contralti
(che tendono a pesare un po’ troppo) e tenori. Poi, c’è
da dire che le voci italiane sono sempre un po’ più ricche
di armonici… A qualcosa insomma si deve rinunciare. Ma bisogna anche
andare oltre questi problemi, perché altrimenti ci si ferma. È
vero che in Italia non abbiamo la tradizione di certi gruppi specialistici
esteri, ma possiamo comunque raggiungere risultati accettabili. Il Coro
del Regio di Torino, tutto sommato, ha la fortuna di avere un buon gruppo
di voci in grado di fare bene anche nella musica di Bach».
E in effetti avete ottenuto delle notevoli soddisfazioni…
«Assolutamente sì, perché c’è un buon
numero di persone che vede in questi progetti, nello studio di repertori
diversi rispetto all’opera, una possibilità di crescita.
Lo studio delle Cantate di Bach è formativo al massimo: è
più dedicato alla vocalità, all’anima della musica.
Grazie a esso il Coro ha sempre un margine di crescita in quanto coro.
L’opera è fatta di mille altri problemi che sono legati al
palcoscenico. Il coro è solo uno dei tanti ingredienti, per cui
spesso la vocalità risulta un po’ sacrificata. Il coro non
è considerato nel senso “storico” del termine: è
quasi un personaggio. Ci vogliono più prontezza, più riflessi
forse, ma non concentrazione sulla vocalità. Se devo eseguire Bach,
è subito tutto un altro modo di cantare, sicuramente più
spirituale. Il nostro lavoro diventa quello di ricercare la spiritualità
del suono rispetto, mi viene quasi da dire, alla carnalità. Quello
che fa molto bene è poter fare sia una cosa sia l’altra».
Con l’Academia Montis Regalis e con il suo direttore Alessandro
De Marchi si sta insomma consolidando una collaborazione molto proficua,
come attesta anche la recente incisione dell’Orlando finto pazzo
di Vivaldi…
«Ci troviamo molto bene con quest’Orchestra, che è
molto migliorata in questi anni. Con De Marchi è da diverso tempo
che collaboriamo e ci auguriamo di proseguire il più possibile
con lui. Cantare con questi strumenti ci fa bene, perché hanno
un tipo di sapore e di colore che non ci sono in un’orchestra sinfonica.
Con l’Orlando finto pazzo abbiamo fatto un bellissimo lavoro. A
Parigi ci sono stati fatti i complimenti per la nostra coerenza stilistica
rispetto all’orchestra. Tutto questo per un coro d’opera è
un arricchimento talmente elevato che poi continua a lievitare quasi per
inerzia. Speriamo di poter andare avanti con esperienze
di questo e altro genere nel repertorio barocco, e in quello sinfonico,
grande e piccolo».
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