Non
capita a tutti di esser sorpresi a tarda sera da una serenata con una musica
per fiati di cui si è l’autore. Accadde a Mozart, che certo
creatura ordinaria non era, nella sera del suo onomastico, il 31 ottobre
del 1781; lo racconta con garbo lui stesso in una lettera al padre, pochi
giorni più tardi, senza fornire alcun indizio sulle identità
degli strumentisti che l’avevano omaggiato, descritti come poveracci
che però suonavano bene assieme. Non appartenevano dunque a quella
crème di musicisti viennesi che suonavano nei palazzi nobiliari o
addirittura alla corte di Giuseppe II, dove, appena pochi mesi più
tardi, vedeva ufficialmente la nascita la Harmonie imperiale; Harmonie era
chiamato, a Vienna e dintorni nell’ultimo quarto del diciottesimo
secolo, l’ensemble di strumenti a fiato, che poteva includere da un
paio a una decina di strumentisti e qualche volta anche oltre. La musica
per soli fiati era allora assai diffusa, non solo nella terra di Mozart,
ma un po’ ovunque in Europa e in origine come musica all’aperto.
Che si può fare, naturalmente, anche in pieno giorno, ma si addice
particolarmente alle sere d’estate. Ecco dunque che il repertorio
di queste Harmonie si componeva di divertimenti, serenate, e pure Nachtmusike,
le musiche notturne appunto, come quella che Mozart aveva composto e poi
si era sentito suonare da due clarinetti, due corni e due fagotti sotto
le sue finestre nella sera del suo onomastico.
Un po’ come con l’uovo e la gallina, ci si può chiedere,
per le Harmonie di allora come per il più tardo quintetto di fiati
e per la sua fortuna novecentesca, se sia la presenza delle formazioni a
generare un allargamento del repertorio a esse dedicato o se sia l’interesse,
da parte di compositori di un dato tempo o stile, a esplorare le possibilità
offerte da certe combinazioni strumentali, dunque la disponibilità
di partiture a incoraggiare i musicisti a unirsi in certe formazioni.
In qualche caso, non c’è dubbio: prendete il Quintetto Bibiena,
formazione con l’assetto canonico che il quintetto di fiati prende
in un malloppo di composizioni di due autori di poco più giovani
di Mozart, Antonín Reicha e Franz Danzi, ovvero i quattro legni (flauto,
oboe, clarinetto e fagotto) e il corno. Assetto che però sembra aver
poco attratto i compositori dell’Ottocento e che invece torna a interessare
nel secolo successivo, ma anche allora i compositori sono parchi: chi un
brano solo, come Hindemith o Schoenberg, chi due, come György Ligeti
e Jean Françaix, e se con lo scorrere dei decenni si allarga la schiera
dei nomi, il repertorio rimane incomparabilmente più esiguo di quello
disponibile per altri ensemble cameristici. Così è vitale,
per un quintetto di fiati, mettersi in gioco vuoi commissionando pezzi nuovi,
vuoi mescolandosi con altri strumenti; o facendo le due cose assieme, come
accade in questo concerto con i giovani del Bibiena assieme all’Orchestra
d’archi italiana, con un programma che include anche due prime esecuzione
assolute.
La
committenza si dipanava certo secondo trame diverse da quelle di oggi, nella
seconda metà del Settecento, e le Harmonie della Corte e dei palazzi
viennesi avevano assetti più fluidi che non il più tardo quintetto,
ma soprattutto, a giudicare dal repertorio e dalle testimonianze rimaste,
svolgevano in perfetta coincidenza di tempi e luoghi due funzioni che oggi
tendono a essere ben distinte: non solo davano vita a pagine nuove destinate
a entrare nel novero della musica d’arte, ma pure, un po’ come
oggi radio, cd, cinema, tv e pure Internet oramai, fornivano una sorta di
colonna sonora alla vita di società riproponendo i greatest hits
riarrangiati e magari in pillole. Il programma tutto mozartiano che porta
a Torino l’Ensemble Nachtmusique, filologico fin nel nome dall’anomala
grafia tratta testualmente da un’altra lettera di Mozart, illustra
bene, salvo che nell’esser un po’ troppo monografico, il repertorio
delle Harmonie di allora: pagine splendide, destinate a un minimo di due
strumenti fino all’abbondanza della celebre Gran Partita, che ne chiede
addirittura tredici, ma pure una trascrizione d’epoca dell’Ouverture
del Flauto magico. Certo poi noi queste pagine, suonate con grande cura
su strumenti e con prassi esecutive d’epoca, non le ascoltiamo certo
en plein air e neppure nella dimensione “cameristica” delle
sale da musica dei palazzi nobiliari; ma, come scriveva tre quarti di secolo
fa Francis Tovey, «l’ascoltatore tanto ingenuo da aspettarsi
che il ff del Quartetto in re minore di Schubert suoni forte in una sala
da duemila posti impara in pochi minuti a preferire in musica i valori spirituali
a quelli materiali». |