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| Henze,
la sfida della Decima sinfonia di Francesco Antonioni |
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La
forma musicale della sinfonia non è mai stata una forma facile da
gestire, ma è diventata particolarmente scontrosa e intrattabile
dopo la lunga e tempestosa relazione intrattenuta con Ludwig van Beethoven.
È vero che, come accade a tutti gli idoli, ciascuno vede in essa
qualcosa di diverso, ogni artista ne dà un’interpretazione
personale, e lo stesso termine “sinfonia” ha un significato
differente per ciascun compositore. È anche vero però che
Schubert mal celava di essere in grande soggezione di fronte a essa, che
Schumann e Brahms ne avvertivano tutto l’onere e insieme la potenza
evocatrice, che Mahler e Bruckner ne hanno spostato le coordinate giocando
di dribbling con l’eredità beethoveniana: comunque sia, la
parola “sinfonia” è suonata come una chiamata alle armi
per lo sparuto commando di eroi che voglia lottare contro il Titano. Saltando
al tempo presente, si potrebbero annoverare fra i membri del commando un’avanguardia:
Peter Maxwell Davies, Hans Werner Henze; una retroguardia: Henri Dutilleux,
Eliott Carter; e vantare una schiera di eroi caduti gloriosamente in battaglia,
alcuni dei quali si chiamano Witold Lutoslavski, Leonard Bernstein e Alfred
Schnittke.La parabola delle Sinfonie di Hans Werner Henze ha origine nel 1947 e si estende per ora fino alla Decima. Segna un’assoluta attestazione di fede nella forma sinfonica, che negli anni non ha mancato di suscitare interesse, polemiche, talvolta incredulità. Già dal primo gruppo di tre Sinfonie, composte in un periodo dove si stava progressivamente affermando la volontà di ricominciare da zero la costruzione di un universo sonoro all’altezza delle più illuminate utopie, si fa notare l’appartenenza di Henze all’universo della tradizione; ma nella Decima sinfonia questo rapporto si fa ancora più profondo e dunque indissolubilmente critico: invece di segnare una distanza da altri compositori contemporanei, il rapporto con la tradizione per Henze è il discrimine fra la ripetizione cieca di forme consuete e la creazione di una dialettica intensa e profonda con il patrimonio dell’arte occidentale. Nella prospettiva di Henze non esiste ricordo, conservazione o eredità senza impegno e volontà di indirizzare tali risorse al futuro. Perciò quando si analizza un’opera del passato alla ricerca del suo intimo significato in quello stesso momento si delineano le conseguenze che la continua scoperta ha sul nostro oggi. Non è il passato che getta le sue avide e necrotiche mani sul futuro, ma è il presente che può cambiare l’interpretazione del passato; non si può parlare del passato come qualcosa che non ci riguardi, qualcosa da cui distogliere lo sguardo per rivolgerlo risolutamente al futuro, ma si deve pretendere di guardare al nostro patrimonio di civiltà musicale con attenzione, rigore e serenità. Lo spettro del passato è ben più di un pallido fantasma, quando si pone mano a una Nona sinfonia e addirittura si supera il mistico numero nove, ultimando una Decima sinfonia (e non è solo la superstizione ad attribuire ai numeri nove e dieci il massimo pericolo per un autore di musica sinfonica, quello di smarrire l’equilibrio fisico e la chiarezza mentale: per la cronaca basti ricordare che la Decima sinfonia di Mahler è rimasta allo stato primario di lavorazione al pianoforte, e la Nona di Bruckner è rimasta incompiuta). In ogni modo, la gestazione delle ultime due Sinfonie è stata per Henze abbastanza lunga: la Nona è stata scritta fra il 1995 e il 1997 e, neanche a dirlo, prevede coro e orchestra; la Decima ha avuto gestazione anche più travagliata, dal 1997 al 2000 e si attiene alla compagine strumentale della grande orchestra. La prima esecuzione italiana svelerà le trame della Tempesta, dell’Inno, della Danza, del Sogno, come si intitolano i quattro movimenti che la compongono. Si può dire per ora che tutte le recensioni della prima esecuzione assoluta ci assicurano che la lucidità intellettuale del compositore e la chiarezza della costruzione musicale hanno superato la “prova del nove”. |
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