All’inizio
di Stalker, film di Andrej Tarkovskij del 1979, tratto liberamente da un
bel romanzo di fantascienza, c’è un piano-sequenza basato sull’inquadratura
dell’interno di un bar. L’ambiente è squallido, semideserto,
illuminato da una lampada (se non ricordo male, un tubo al neon) che “balla”
per qualche difetto (il nostro elettricista ci direbbe che bisogna cambiare
lo starter). L’oste che si affaccenda pigramente a rimettere ordine
nello squallore non sembra accorgersi del tremolio della luce, ma noi sì.
Se fossimo dentro al film, sapremmo cosa fare: proveremmo a spegnere e riaccendere.
Ma l’oste non lo fa, e il piano-sequenza va avanti, va avanti, e va
ancora avanti, a lungo. Il tema del neon lampeggiante continua sullo sfondo,
esasperandoci. E molto, molto tempo dopo che abbiamo perso ogni speranza
che succeda qualcosa di nuovo, l’oste alza lo sguardo alla lampada,
va all’interruttore, spegne e riaccende, e la lampada si mette a funzionare
regolarmente. Chi sopravvive a questa sequenza è pronto ad accettare
la divina lentezza di Stalker e la poetica di Tarkovskij; gli altri (quando
il film si proiettava nelle sale) maledicevano di aver scelto Stalker e
non un film di fantascienza hollywoodiano (erano gli anni di Guerre stellari).
Le Sinfonie di Bruckner fanno spesso lo stesso effetto, per le stesse ragioni
strutturali: anche Bruckner a volte indugia su un elemento tematico pur
avendone esaurito ogni possibilità di sviluppo, e anche nel suo caso
bisogna avere una giusta disposizione d’animo (caratteriale, o anche
occasionale) per farsi coinvolgere nell’ascolto, per entrare nel ritmo
formale dell’opera. È certamente vero anche per l’Ottava,
la più estesa delle sue Sinfonie, di tutte le sinfonie: più
di duemila battute e un’ora e mezza di esecuzione, nella prima versione
del 1887 (noi però ascolteremo quella rielaborata nel 1890). Scritta
con una tale eloquenza forse anche in seguito all’esito della Settima,
la prima (e l’unica) delle sinfonie bruckneriane a conquistare un
successo quasi incontrastato. Un capolavoro, l’Ottava. E anche Stalker,
naturalmente. |