Maestro,
perché lei scrive musica oggi?
«Ritengo che attraverso la musica sia possibile manifestare uno spirito
critico, una tensione verso la ricerca, un amore per la creazione che si
oppongano alla banalità nella quale affondiamo di giorno in giorno.
Mi piace pensare all’arte come a uno strumento per coltivare il pensiero.
Certo quella del musicista contemporaneo è una voce flebile, soprattutto
in Italia: basti pensare che nell’ottantesimo anno dalla nascita di
Luigi Nono solo la città di Torino e pochi altri gli rendono omaggio,
mentre in altri paesi europei non si contano gli allestimenti in suo onore».
Quali sono le premesse del suo ultimo lavoro, Sembianti per orchestra?
«La composizione è il frutto dall’esercizio retrospettivo
di chi ha alle spalle, come me, molti anni di passioni culturali, di affetti
e complicità esistenziali legate a volti precisi e a indelebili
sguardi. Al loro ricordo ho cercato di dare forma sonora prima della loro
sparizione nel tutto indistinto della memoria, non a guisa di ritratto,
ma come l’impronta di uno stimolo interiore, di una suggestione
spogliata da fatti concreti».
A proposito di forma, come la intende un compositore della sua
generazione?
«Ormai da decenni si è estinta la consuetudine di impiegare
modelli predefiniti e legittimati dalla tradizione. L’artista è
libero dalla schiavitù della forma sonata o della danza ed è
per questo gravato di maggiore responsabilità: nell’atto
del fare si trova di fronte a se stesso senza poter contare su confortanti
appigli esterni.
Esiste quindi chi lascia germogliare l’opera dai primi semi gettati
e chi pensa a uno scheletro di struttura da sostanziare. Nel caso di Sembianti
lo stesso titolo rappresenta la prima “predisposizione”: la
selezione delle icone; il secondo passo coincide con la definizione del
loro ordine di apparizione, non cronologico, ma per relazione o contrasto;
a completare il canovaccio sta la misurazione del peso e delle durate
di ciascuna sezione figurale».
Come si dispone la scrittura orchestrale in Sembianti?
«Nasce dalla microforma, è stabilità in itinere in
rapporto a ciò che precede e a quanto segue secondo parametri di
densità e rarefazioni. Tuttavia, riguardando la partitura a cosa
fatta, il carattere emergente è quello della ramificazione, della
trama frastagliata: sebbene si avvicendino episodi di taglio cameristico
e altri a masse compatte, tutti gli strumenti dell’orchestra, nella
breve distanza, sono quasi sempre presenti».
Quale peso ha l’impegno civile nel mestiere di artista?
«Un peso certamente grande, che non necessariamente deve riflettersi
nell’opera. L’arte nasce da un alternarsi di sguardi introspettivi
e prospettici: nel lavoro rappresentato due anni fa a Torino la denuncia
di un’Europa macera di sangue passava per l’adozione di un
testo degli anni Trenta dell’ungherese Attila Joszéf che
ben si adattava all’attualità (erano i tempi del conflitto
in Kossovo), in Sembianti tutto nasce da un “guardarsi dentro”».
Come pensa il suo ascoltatore?
«Non penso a un pubblico coltivando le sue aspettative: l’autenticità
dell’idea che un compositore medita e sviluppa permette per automatismo
l’avvicinarsi del pubblico sensibile. Realisticamente chi ascolta
la musica di oggi deve poggiare su un humus fertile, essere disposto,
senza rigetto aprioristico, ad applicare l’intelligenza per riflettere,
capire e giudicare. La mia musica non serve per evadere o cercare diletto:
altri scrivono abbondantemente e diffusamente a questo scopo».
Se dovesse unire con un filo tutta la sua carriera di compositore,
quale comune denominatore vorrebbe vedere legato al suo nome?
«Mi piacerebbe che fosse riconosciuto un senso di unità nella
varietà: corro volentieri il rischio dell’invenzione, detesto
chi costruisce un’intera carriera su una sola formula compositiva
perpetuata nel tempo; insieme vorrei che tutto fosse riconducibile a un
sentimento di lealtà verso le idee, che fosse colto nell’intero
opus il valore delle cose autentiche».
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