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| Rachmaninov:
l’originale o i cloni?
di Luca Conti |
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pochi altri autori otto-novecenteschi è toccato in sorte un consenso
tanto ampio e condiviso come a Rachmaninov. Nella schiera degli appassionati
del Maestro si affollano con le consuete silhouettes – il pianista,
il collezionista di rarità discografiche, il musicofilo-musicologo
di palato fine, il frequentatore di concerti – anche i profili più
indefinibili del cultore del trash e della contaminazione colto-popular,
del musical, del jazz e della canzone. Una bella fetta di questa compagine
è costituita infatti da ammiratori, più o meno scaltri, più
o meno scrupolosi, di quelle che si potrebbero chiamare le “virtù
melodiche” contenute nella dispensa di Rachmaninov, tra i quali un
posto di rilievo spetta a infaticabili arrangiatori e riadattatori alla
ricerca di melodie ben rodate e di facile presa o di citazioni o sfondi
sonori bell’e pronti. A costoro la sua musica ha reso sostanziosi
servigi (si spera adeguatamente ripagati dietro appropriato versamento di
quote di diritto d’autore agli eredi), ma ha dovuto scontare forse
un’irrimediabile metamorfosi. Viene ora da chiedersi: ha retto bene l’originale al contraccolpo dei cloni? E questa incontrollabile clonazione non ha finito per innalzare oltremodo anche il tasso zuccherino degli originali? Melodie e spezzoni di conio Rachmaninov figurano in All by Myself di Eric Carmen, intramontabile come un satellite artificiale, If I Had You di Andrew Davis, cantata da Rod Stewart, nel Frank Sinatra di I Think of You di Elliot e Marcotte e nel liberamente riadattato Vocalise del funambolico Bobby McFerrin. Si tratta di esempi in ordine sparso e l’elenco potrebbe continuare fino ai soliti Fausto Papetti e Richard Clayderman – una particolare predilezione viene mostrata per il Concerto n. 2 per pianoforte e orchestra. La fortuna di Rachmaninov si misura anche nelle attenzioni che gli hanno prestato due fini e sistematici esploratori del riadattamento da opere, melodie, sequenze di accordi: Robert Wright e George Forrest, di provenienza accademica, autori di svariato materiale musicale con incastonature o fregi di provenienza rachmaninoviana. Il loro contributo al genere è confluito in una serie di produzioni che annoverano l’opera teatrale Anastasia di Guy Bolton, la sua rielaborazione Anya di George Abbott, in forma di musical-comedy-operetta, e il più recente The Anastasia Affaire (1991), ancora da Bolton. Una melodia è bella anche perché è facile da ricordare: i risultati statistici di tanta circolazione sono imprevedibili, al punto che ci si può imbattere in piccoli cloni decontestualizzati prima che nella loro versione originale. Proviamo a dimenticarcene prima di accostare il Rachmaninov d.o.c.g. |
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