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uguale fuoco, aria, acqua, terra, uguale 10: la Tetraktis pitagorica ha
ispirato il nome del loro quartetto. Nei concerti amano spaziare dalla musica
più nuova ai “classici” di Cage e Reich, fino alle trascrizioni
di evergreen come Piazzolla, Shostakovich o Bach. Sono quattro percussionisti,
incontratisi al Conservatorio di Perugia dieci anni fa. Gianni Maestrucci
ci racconta la loro storia.
«Leonardo Ramadori, 33, Fabrizio D’Antonio, 32 e Gianluca
Saveri, 31, e io, che ho 29 anni, eravamo compagni al Conservatorio di
Perugia; tutti e quattro batteristi, ma con culture musicali diverse.
Io, partito dal liscio, grazie al mio primo maestro ero stato iniziato
al jazz; Fabrizio era un vero metallaro; Leonardo suonava musica leggera
e Gianluca con una banda. I nostri insegnanti, tra i quali Antonio Caggiano
e Riccardo Balbinutti, ci hanno introdotti all’esperienza di un
gruppo fatto di sole percussioni: ci piaceva molto suonare insieme e così,
dopo aver studiato il repertorio esistente ci siamo messi alla ricerca
di nuova musica.
Il “trauma” del contatto con la melodia al Conservatorio ci
ha fatto scoprire nuove possibilità e un mondo nuovo delle percussioni
e tutt’ora gran parte del repertorio che presentiamo è anche
suonato sulle tastiere, non solo sulle percussioni a suono indeterminato».
A che cultura fa riferimento la musica per percussioni?
«Quando uno dice percussioni dice tante cose: c’è la
musica africana, indiana, c’è la musica jazz, una delle nostre
passioni, e succede che repertori classici della marimba traggano ispirazione
dal Messico, dal Brasile. Abbiamo in repertorio due pezzi di Ugoletti
che attingono materiali melodici dalla cultura irlandese e un pezzo sardo;
nella musica di Sollima c’è la Sicilia, con i ritmi dei tamburelli
e di chitarre battenti riproposte con la marimba».
Ci parla del programma che farete al Lingotto il 15 marzo?
«Quando costruiamo un programma tentiamo di creare sempre un equilibrio
tra le varie sonorità. Nel pezzo di Steve Reich, Music for Pieces
of Wood, come dice il titolo, “suoneremo” dei pezzi di legno,
costruiti da Gianluca: il bello delle percussioni è che qualsiasi
cosa può diventare strumento. È un pezzo di musica minimale,
con più ritmi che si completano e variano un poco alla volta in
un crescendo.
Il repertorio per chitarra classica si presta alla trascrizione per marimba
e vibrafono perché alcune caratteristiche della sonorità
sono molto simili. Una musica ideale è quella di Piazzolla, di
cui suoniamo Tango Suite
n. 1 per due chitarre, che io ho arrangiato per quartetto di percussioni.
Poi c’è il pezzo che Sollima ci ha dedicato, Millenium Bug,
che dà il titolo al nostro primo disco; è un pezzo che al
pubblico piace, piace a noi ed è divertente da suonare, pieno di
ritmo e di groove, di insistenze percussive. La sua peculiarità
è che gli esecutori si alternano su uno strumento alla volta: nel
primo tempo ci sono solo la marimba e pochi tamburi, nel secondo tempo
c’è il vibrafono suonato con degli archetti, il terzo tempo
è fatto di tamburi, il quarto e il quinto tempo riprendono i primi
due.
Poi c’è Bulking Up, scritto per noi da Davide Zannoni, un
compositore italiano che vive a New York e risente molto delle estetiche
americane jazzistiche. Il pezzo è praticamente un assolo di batteria
orchestrato, con suoni di campanaccio, wood-block, casse rullanti, piatti
di vario genere, triangolo.
Poi ci sono Aisha di Boccadoro e Lift-off! di Peck, un pezzo di musica
descrittiva, con suoni scuri e molto rock: il ritmo del finale imita il
decollo di un elicottero con un incalzando di accenti fino alla saturazione.
È un pezzo che arriva direttamente alla pancia e talvolta succede
che qualcuno si alzi in piedi e si metta a urlare, specialmente in ambienti
con l’acustica impietosa».
I vostri progetti per il futuro?
«C’è Suoni e racconti del Mediterraneo, il nostro progetto
teatrale che andrà in scena nella stagione del Piccolo Regio Laboratorio
(mercoledì 3 marzo, vedi pagine 26-27): prevede la presenza di
un attore che reciterà dei racconti con musica folkloristica riarrangiata
da Gabriele Miracle per il nostro organico più la cornamusa di
Goffredo degli Esposti, un contrabbasso e una tastiera. E poi abbiamo
fatto da poco la nostra prima improvvisazione collettiva musicando un
film muto; è stato molto divertente e certo sarà di spunto
per qualche altra idea.
Stiamo anche lavorando al prossimo disco nel quale compariranno ospiti
che frequentano altri linguaggi musicali, come il clarinettista Stefano
“Cocco” Cantini o il contrabbassista Daniele Mencarelli.
Ognuno di noi ha anche altre attività – è molto difficile
vivere del solo quartetto: io lavoro anche in orchestra sinfonica e suono
jazz, degli altri tre, c’è chi insegna nelle scuole comunali,
chi scrive libri e metodi, chi compone».
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