Sistema Musica marzo 2004
teatro regio torino
  L’equilibrio brillante del Matrimonio al convento
di Arrigo Quattrocchi

mercoledì 10 marzo
Sandro Cappelletto
nell’ambito degli Incontri con l’Opera presenterà Matrimonio al convento
Teatro Regio
Foyer del Toro ore 17.30
Ingresso libero

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  Matrimonio al Convento: la scheda dell'opera
   
Una scena del Matrimonio al conventoNessun dubbio che all’interno della produzione di Prokof’ev il teatro musicale abbia un rilievo complessivamente maggiore rispetto a quella che è la sua notorietà e diffusione. Al teatro d’opera Prokof’ev si era interessato fin da bambino: «Sognavo di comporre delle opere con delle marce, delle tempeste, delle scene terrificanti, e invece mi volevano insegnare delle regole». Fra il 1900 e il 1908 (dunque fra i nove e i diciassette anni) ebbe modo di abbozzare e scrivere quattro opere; nel 1911-13 lavorò a Maddalena, senza orchestrarla; e incompiuta doveva rimanere anche Mari lontani, ultimo lavoro teatrale, del 1948. Di fatto, le opere portate a termine sono sette, tutte su libretto proprio (talvolta con collaboratori); ma di queste sette, ben tre (L’angelo di fuoco, 1919-27; Guerra e pace, 1941-52; La storia di un uomo vero, 1947-48) rimasero ineseguite durante la vita dell’autore; mentre altre due (Il giocatore, 1915-28, e Semyon Kotko, 1939) non sorpassarono il primo ciclo di recite. In definitiva, solo L’amore delle tre melarance (1921) si impose nella prassi teatrale, insieme a Matrimonio al convento (1940).
È curioso che proprio queste due opere siano le uniche due commedie di questo catalogo teatrale, anche se nate sotto il segno di intenti molto differenti. Per L’amore delle tre melarance, scritta in America subito dopo la Prima Guerra Mondiale, Prokof’ev si rifece al mondo della commedia dell’arte di Carlo Gozzi, filtrato attraverso Mejerchol’d e il suo rifiuto del realismo romantico. Al contrario Matrimonio al convento appartiene all’ultimo periodo creativo dell’autore, quello successivo al ritorno in Russia; e indubbiamente, dopo il tentativo molto discusso di creare un’opera “sovietica” con Semyon Kotko – che non era sufficientemente celebrativa per risultare gradita al regime – Matrimonio al convento rappresenta un tentativo di evasione verso territori ideologicamente non impegnati e non suscettibili di censure.
Dunque Prokof’ev si rivolge a una commedia di Richard Sheridan, The duenna, del 1775; un intrigo molto consueto basato sullo schema di una doppia coppia di innamorati, con un padre che si oppone al matrimonio d’amore preferendone uno d’affari, un anziano e avido pretendente e una nutrice che alla fine riesce a risolvere positivamente tutte le burle, e ad accasarsi lei stessa; burlati rimarranno i due vecchi, genitore e pretendente.
Lo schema convenzionale è in realtà il punto di partenza per una partitura che certamente convenzionale non è. «Quando decisi di comporre un’opera sul soggetto della Duenna – scrisse l’autore nel 1943 – avevo davanti a me due possibili strade: sottolineare il lato comico dell’opera oppure quello lirico. Ho scelto la seconda soluzione». Dunque i toni della commedia sono restituiti con grande arguzia, grazie all’uso del declamato melodico tipico della tradizione dell’opera russa, da Dargomyzskij in poi; ma all’interno di questo recitativo si aprono poi delle piccole oasi di canto, giustificate già dalla presenza di ariette nel testo di Sheridan, e animate in gran parte dagli sfoghi lirici degli innamorati.
Tuttavia la tavolozza espressiva del compositore è molto più vasta. Lo stesso Prokof’ev, nella sua autobiografia, ha indicato nella sua produzione cinque differenti tendenze: lirica, classica, moderna, sinfonica e grottesca. In Matrimonio al convento tutte queste tendenze sono presenti con un equilibrio dettato dalla superiore consapevolezza dell’età; ecco dunque che il minuetto durante la cena del vecchio Don Gerolamo appare ricco di una finissima ironia (è strumentato con clarinetto, cornetta e grancassa); e che gli accenti grotteschi dei monaci del convento, sorpresi nelle loro libagioni dall’arrivo delle coppie, si convertono in seriose quanto ipocrite salmodie – non senza motivo si è voluto vedere in questi monaci un ritratto impietoso dei funzionari della burocrazia del regime.
Importante, per gustare questi e altri momenti, fino al brillantissimo finale, l’uso della lingua russa e del gioco scenico. Tuttavia Matrimonio al convento è stato finora proposto in Italia assai spesso in versione tradotta (Napoli, 1959; Roma, 1964; Firenze, 1982) o in originale ma in forma di concerto (Roma, 1996). Imperdibile dunque l’occasione di una produzione scenica e in russo con sopratitoli in italiano: condizioni ideali per cogliere quel sorriso disincantato, tenero e cinico, che Prokof’ev riserva, attraverso la sua ultima commedia, ai sentimenti e alle miserie umane.
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