Una
nuvola d’oro, una bolla trasparente, un immenso prisma a mille facce,
una campana di vetro giallo gonfia di vento. Tra poco più di quattro
anni, alla fine del 2008, la simmetria severa e antica della Piazza dei
Teatri di San Pietroburgo, la leggendaria Teatralnaya, verrà sconvolta
dall’apparizione di un miraggio, di un miracolo, di un enigma. In
forma di bolla e di nuvola, di prisma e di campana e di tutte queste cose
insieme nascerà infatti, nel giorno del trecentocinquesimo compleanno
della città di Pietro, il nuovo Teatro Mariinskij, destinato a convivere,
e a ghermire da vicino, il grandioso edificio bianco e verde progettato
nel 1849 da Albert Cavos. Il progetto è tutta farina dell’immaginifico
sacco di Dominique Perrault, il cinquantenne architetto francese che nel
giugno scorso ha sbaragliato la concorrenza di altri dieci, fantasiosissimi
concorrenti e si è aggiudicato il concorso bandito appena sei mesi
prima, con tutta la solennità del caso, dal governatore della “fu”
Leningrado. Il nuovo Teatro, il cui profilo spezzato e irregolare imita
il disegno “a croce”, asimmetrico e sbilanciato, del “vecchio”
Kirov, nascerà a pochi passi dal suo glorioso e anziano “gemello”:
chi nell’inverno del 2008 passeggerà, come fanno molti pietroburghesi,
sulle acque gelate del Canale Kryukov vedrà sul lato destro i mattoni
verdi e le finestre bianche dell’ex-Teatro del Popolo e delle Arti
e sul lato sinistro, affacciato sul ghiaccio, l’intarsio trasparente
di triangoli, trapezi e pentagoni di vetro che fanno da “buccia”
alla creatura di Perrault.
Questo secondo “polmone” (la cui forma esteriore ricorda in
effetti la massa di un organo umano, vivo e pulsante) dovrebbe risolvere
i numerosi malanni “moderni” di cui soffre il Teatro dedicato
a Maria, la moglie dello zar Alessandro: «A San Pietroburgo –
ha ricordato con una certa enfasi Valerij Gergev durante la fastosa cerimonia
per il lancio del concorso – possiamo contare su una Compagnia d’Opera
e su un Corpo di Ballo tra i migliori del mondo. Ebbene oggi siamo costretti
a far tacere i nostri cantanti mentre è in cartellone un balletto
e a legare mani e piedi ai nostri ballerini mentre mettiamo in scena un’opera».
Tra quattro anni, dunque, il “Mariinskij del terzo millennio”
– come l’ha definito con altrettanta grandeur espressiva Mikhail
Shvidkoy, il ministro della cultura della Federazione Russa – si potrà
adeguare, sdoppiandosi in un secondo se stesso, ai frenetici ritmi di lavoro
imposti dal suo instancabile manager, direttore, ispiratore, salvatore e
deus-ex-machina. E sarà in grado di competere, chiodo fisso della
nuova intellighenzia culturale dell’era Putin, con le grandi istituzioni
musicali europee e, soprattutto, statunitensi.
Un coup de theatre perfettamente in linea con il nuovo “liberismo
culturale” che attraversa come un fiume in piena il teatro, il cinema,
l’editoria della Russia post-comunista, ma che paradossalmente si
limita ad aggiungere una ennesima “vita” (e certamente non l’ultima)
alle mille e una già vissute dal glorioso Mariinskij. Cresciuto in
fretta e furia a un tiro di schioppo dall’imponente Teatro Bolshoj
di Caterina la Grande, declassato per un decennio a “tendone da circo”,
colpito a morte da un incendio che nel 1859 lo ha ridotto a un mucchio di
cenere, ricostruito nel giro di pochi mesi, inaugurato nel 1860 con una
memorabile rappresentazione de Una vita per lo Zar di Mikhail Glinka, il
Teatro di San Pietroburgo ha sempre condiviso le inquietudini e le contraddizioni
della sua città. Per ben due volte, nel 1886 e nel 1896, viene trasformato,
restaurato e ricostruito, prima da Viktor Shroeter e poi dal celebre ingegner
Smirnov. Ribattezzato Teatro del Popolo e delle Arti subito dopo la Rivoluzione
d’Ottobre, nel 1935 cambia di nuovo pelle: accanto alla vecchia parola
“teatro” appare il nome di Sergej Kirov, il segretario del Partito
Comunista cittadino assassinato l’anno precedente (ed è proprio
la morte di questo oscuro funzionario “di periferia” a scatenare
il pretesto delle prime “purghe” staliniane). Ma la “passione”
non è ancora conclusa: durante la seconda guerra mondiale venti bombe
tedesche fanno nuovamente vacillare le fondamenta del teatro, che nell’autunno
del 1944, però, apre di nuovo il suo stupefacente sipario rosso cupo.
Tra un incendio, un bombardamento e un paio di rivoluzioni il “teatro
di Maria” riesce a ospitare una serie impressionante di “prime
assolute”, il cui elenco coincide grosso modo con la storia della
musica russa dell’Otto e del Novecento: la maggior parte delle opere
di Rimskij-Korsakov, il Boris Godunov e La chovanscina di Mussorgskij, Il
principe Igor di Borodin, Il demone di Rubinstein, tutte le opere teatrali
di Tchajkovskij, La forza del destino di Verdi, giù giù fino
ai capolavori di Prokof’ev come Semyon Kotko e Matrimonio al convento.
Dal 1993 le redini del ritrovato Mariinskij sono saldamente nelle mani di
Valerij Gergev che con grande acribia e ostinazione ha ripercorso, in dieci
anni, l’intera storia di quello che le cronache parigine di fine Ottocento
descrivevano come il più bel teatro del mondo. Forse le cronache
di inizio Tremila riserveranno lo stesso giudizio anche alla nuvola d’oro
di monsieur Perrault che sta per posarsi dietro la fabbrica avorio e verde
mare del Teatro delle Notti Bianche. |