La danza classica
indiana, nei suoi ritmi astratti e nelle sue aree pantomimiche – i
gesti narrativi e simbolici detti Mudra – è molto più
antica del balletto accademico occidentale, che si compone in verità
degli stessi elementi, movimento puro e zone mimiche, fatte salve le dovute
differenze antropologico-culturali. La scoperta delle seduzioni della danza
d’Oriente è filtrata nel balletto in tanti titoli ottocenteschi
– basta pensare alla Bayadère – e ha poi nutrito tutta
l’innovazione coreutica del Novecento, dalla Shéhérazade
di Fokine per i Ballets Russes ai soli esotizzanti al profumo d’incenso
di Ruth Saint Denis e Ted Shawn, pionieri del modern americano. E oggi sono
gli artisti di origine indiana come ad esempio Akram Khan e Shobanah Jeyasingh,
attivi in Gran Bretagna, a mescolare le radici autentiche della danza indiana
con il nostro linguaggio del corpo più contemporaneo.
Ma intanto anche la nobile danza tradizionale del subcontinente più
popoloso del mondo si evolve, musicalmente e gestualmente. Ne è prova
la maestria di Raghunath Manet, il “Nijinskij indiano”, bello
e bronzeo, scalzo e a torso nudo, spirituale e sensuale, elegante nei larghi
pantaloni di seta colorata, con cintura, bracciali e collana lucenti, che
danza come una reincarnazione di Shiva, il Dio Blu che ballando crea, distrugge
e fa rinascere la vita, esprimendo «l’anima della danza e non
solo il movimento». E proprio di questo ha fame l’Occidente
laicizzato e isterilito, di tradizione e di spiritualità.
Raghunath Manet, attratto dalla danza contemporanea dell’Ovest, ha
preso parte a spettacoli innovativi come Angika, celebrazione del corpo,
della coreografa Chandralekha, ed è stato invitato all’Opéra
Comique parigina per lavorare su un’opera del grande repertorio francese,
Les pêcheurs de perles, creando intanto vari titoli per la sua Compagnia,
fondata nel 1990, pendolare tra Europa e India: Chidambaram, dedicato al
grande maestro Ram Gopal, Shivanjali, Pas et rythme, Shivatandava, presentato
ad Avignone nel 1995, Terru-Küttu, OmKara. Non solo, Franco Battiato,
che lo apprezza molto, lo ha voluto nel cast del suo singolare film Perduto
amor. A Torino presenta adesso Pondichéry, dedicato alla sua terra
natale, per tre danzatori e tre musicisti. Lo stile di danza prediletto
da Raghunath Manet è il Bharata Natyam, un tempo solo femminile,
oggi incarnabile anche nel suo corpo di uomo e con tale eccellenza che gli
è valsa nel 1987 il titolo di miglior interprete indiano.
Il Bharata Natyam, induista, proviene dalla regione del Tamil-Nadu e si
basa sul Natya Shastra: l’attore-danzatore deve farsi interprete del
testo, identificandosi con l’intenzione dell’autore, per suscitare
nello spettatore il “rasa”, lo stato di godimento che deriva
dall’abilità di chi sta in scena. Il performer, muovendo occhi,
fronte, bocca, mani, purifica il proprio stato mentale e arreca piacere
agli Dei accompagnato dalla musica, che è opera di Shiva. Per gli
indiani – e per noi – il suono, agendo direttamente sulle emozioni,
risveglia la memoria delle origini e avvicina a Dio dalla calma della meditazione
fino alla gioia più sublime. |