Sistema Musica marzo 2004
teatro regio torino
  Un tuffo nella danza indiana
di Elisa Vaccarino

giovedì 4 marzo
Incontro con Raghunath Manet a cura di Elisa Guzzo Vaccarino
giovedì 4 marzo
Teatro Regio – ore 18
Sala del Caminetto
Ingresso libero

venerdì 5 marzo
Piccolo Regio Puccini ore 21
Compagnie
Raghunath Manet
Pondichéry. Danza e musica dall’India

NAVIGARE IN MUSICA
  Danza e musica dall'India: la scheda dello spettacolo
La danza classica indiana, nei suoi ritmi astratti e nelle sue aree pantomimiche – i gesti narrativi e simbolici detti Mudra – è molto più antica del balletto accademico occidentale, che si compone in verità degli stessi elementi, movimento puro e zone mimiche, fatte salve le dovute differenze antropologico-culturali. La scoperta delle seduzioni della danza d’Oriente è filtrata nel balletto in tanti titoli ottocenteschi – basta pensare alla Bayadère – e ha poi nutrito tutta l’innovazione coreutica del Novecento, dalla Shéhérazade di Fokine per i Ballets Russes ai soli esotizzanti al profumo d’incenso di Ruth Saint Denis e Ted Shawn, pionieri del modern americano. E oggi sono gli artisti di origine indiana come ad esempio Akram Khan e Shobanah Jeyasingh, attivi in Gran Bretagna, a mescolare le radici autentiche della danza indiana con il nostro linguaggio del corpo più contemporaneo.
Ma intanto anche la nobile danza tradizionale del subcontinente più popoloso del mondo si evolve, musicalmente e gestualmente. Ne è prova la maestria di Raghunath Manet, il “Nijinskij indiano”, bello e bronzeo, scalzo e a torso nudo, spirituale e sensuale, elegante nei larghi pantaloni di seta colorata, con cintura, bracciali e collana lucenti, che danza come una reincarnazione di Shiva, il Dio Blu che ballando crea, distrugge e fa rinascere la vita, esprimendo «l’anima della danza e non solo il movimento». E proprio di questo ha fame l’Occidente laicizzato e isterilito, di tradizione e di spiritualità.
 Raghunath Manet, attratto dalla danza contemporanea dell’Ovest, ha preso parte a spettacoli innovativi come Angika, celebrazione del corpo, della coreografa Chandralekha, ed è stato invitato all’Opéra Comique parigina per lavorare su un’opera del grande repertorio francese, Les pêcheurs de perles, creando intanto vari titoli per la sua Compagnia, fondata nel 1990, pendolare tra Europa e India: Chidambaram, dedicato al grande maestro Ram Gopal, Shivanjali, Pas et rythme, Shivatandava, presentato ad Avignone nel 1995, Terru-Küttu, OmKara. Non solo, Franco Battiato, che lo apprezza molto, lo ha voluto nel cast del suo singolare film Perduto amor. A Torino presenta adesso Pondichéry, dedicato alla sua terra natale, per tre danzatori e tre musicisti. Lo stile di danza prediletto da Raghunath Manet è il Bharata Natyam, un tempo solo femminile, oggi incarnabile anche nel suo corpo di uomo e con tale eccellenza che gli è valsa nel 1987 il titolo di miglior interprete indiano.
Il Bharata Natyam, induista, proviene dalla regione del Tamil-Nadu e si basa sul Natya Shastra: l’attore-danzatore deve farsi interprete del testo, identificandosi con l’intenzione dell’autore, per suscitare nello spettatore il “rasa”, lo stato di godimento che deriva dall’abilità di chi sta in scena. Il performer, muovendo occhi, fronte, bocca, mani, purifica il proprio stato mentale e arreca piacere agli Dei accompagnato dalla musica, che è opera di Shiva. Per gli indiani – e per noi – il suono, agendo direttamente sulle emozioni, risveglia la memoria delle origini e avvicina a Dio dalla calma della meditazione fino alla gioia più sublime.
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