| Mercoledì
3 marzo andrà in scena per la stagione del Piccolo Regio Laboratorio,
in prima rappresentazione assoluta, lo spettacolo Suoni e racconti del Mediterraneo,
un viaggio tra musica, colori e miti lungo le coste bagnate dal Mare nostrum.
La voce di Domenico Castaldo sarà accompagnata dalle musiche –
medievali, folkloriche, contemporanee – raccolte da Gabriele Miracle
ed eseguite dai Tetraktis insieme con Goffredo Degli Esposti (repliche per
le scuole previste il 3 e il 4 marzo alle 10.30).
Domenico Castaldo, qual è l’origine dell’idea?
«Da un confronto con Filippo Fonsatti e Gabriele Miracle sono scaturiti
in tempi diversi il tema dei suoni e racconti del Mediterraneo, quello
della Madre-Mare e della commistione tra sacro e profano. La sintesi di
queste idee, nel mio immaginario e probabilmente in quello collettivo,
calzava perfettamente con la figura del profeta Giona: un profeta del
Signore, che disobbedisce a un suo comando e ne rifugge la supremazia;
un uomo che per punizione viene recluso nel fondo del mare nel ventre
di una madre, costretto dunque a una simbolica morte e rinascita, a un’iniziazione
e insieme “ricapitolazione” della propria esistenza».
Come suoni e racconti si compenetrano ed echeggiano durante lo
spettacolo?
«Il sottoscritto si occupa principalmente della parte fisico-vocale,
e cerca di realizzare una sintesi costante tra recitato e musica. Il raccontare
non può essere distinto da un impegno di ricerca sonora, vocale,
ritmica e melodica. Il passaggio della storia e del testo allo spettatore
non vuole avvenire sotto forma di conferenza o di narrazione, bensì
per coinvolgimento sonoro, in un flusso ritmico-melodico che in maniera
quasi inesplicabile tende a superare le barriere del conscio, a muoversi
nel territorio dell’intuito».
Mediterraneo, mare di navigatori, ma anche luogo di individualismi
e intolleranze?
«In questo momento vedo il Mediterraneo come il luogo in cui si
consuma la tragedia di popoli presi nella tratta di nuovi schiavi, una
tomba dove urlano di rabbia e disperazione tutti coloro che non hanno
toccato, né visto le rive per le quali hanno tanto sofferto e pagato».
Qual è il ruolo del mito nell’arte? Come si manifesta
nel vostro spettacolo?
«Il mito sta alla radice delle nostre coscienze, le costituisce,
ne scrive i sistemi di scelte e valori. Gli spettacoli spesso li celebrano
disegnando del mito un’icona terrificante e incomprensibile. Credo
che ogni forma di mito vada profondamente conosciuta e bestemmiata: non
è che una storiella, un’antica, spaventosa fantasticheria
che però travolge l’artista nell’atto del fare un’opera
lasciandolo vivo per miracolo. Fare cultura significa guidare i propri
pensieri, la propria coscienza in regioni ardue e pericolose, di cui il
mito non è che la porta; implica una temeraria propensione al rischio,
una formidabile astuzia e un amore infinito per la conoscenza e per la
vita».
Che cosa deve aspettarsi di vivere insieme a voi il pubblico?
«Auguro a chi verrà ad assistere a questa serata che nulla
di quanto atteso capiti, che sia, in tutto, un evento capitato lì
e poi mai più. Che il cuore possa, durante questo viaggio, battere
a un ritmo diverso dal ritmo quotidiano… che niente sia come si
crede e si possa guardare, ascoltare stupefatti». (g.n.)
|