Nel
concerto del 16 marzo, accanto alla Sinfonia n. 61 di Haydn, si potranno
ascoltare una rarità come il Concerto per flauto in sol maggiore
di Pergolesi e il celebre Concerto per pianoforte K. 453 di Mozart. Cos’hanno
in comune queste composizioni?
L’imporsi del flauto come elemento stabile nell’orchestra settecentesca.
Nel Concerto di Pergolesi lo strumento riveste il ruolo di solista con un’autorevolezza
e uno stile che anticipano il gusto classico della fine del secolo quando,
dopo una sostanziale assenza dalle grandi compagini strumentali, Haydn e
Mozart (che per diverso tempo avevano affiancato agli archi soltanto oboi
e corni o talvolta uno o due fagotti) cominciano a reintegrarlo nell’orchestra.
Proprio a partire dal 1776, anno di composizione della Sinfonia n. 61, in
seguito all’arrivo a Esterhaza del valente flautista Zacharias Hirsch,
Haydn comincia a impiegare estesamente anche il più agile dei legni.
Mozart dal canto suo, scrivendo nel 1784 il K. 453, riesce a instaurare
fra lo strumento solista e il flauto un rapporto timbrico innovativo, rendendo
più brillante e diafano il suono della tastiera: una “scoperta”
che ha conosciuto grande fortuna nei secoli seguenti. (s.s.) |