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| Dvorák,
la passione di un centenario di Monica Luccisano |
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| Era nato nel 1841
in una famiglia povera, a Nelahozeves, un villaggio rurale a quattro miglia
da Kalup. Il padre era macellaio e, come succedeva spesso da quelle parti,
oltre alla macelleria gestiva anche una locanda. Antonín lo aiutava
in entrambe le attività – da bambino aveva imparato ad acquistare
le pecore e i buoi, a macellarli e a scuoiarli. Nel frattempo frequentava
la scuola del villaggio, e lì studiava anche violino e canto. Ogni
bimbo del villaggio riceveva lezioni di musica: lo prescriveva un’antica
legge boema. «Credo sia questo il segreto del talento musicale della
gente del mio paese, – dichiarava Dvorák intervistato da Paul
Pray, nel 1885 a Londra – ogni slavo ama profondamente la musica,
anche se lavora tutto il giorno nei campi o fra i buoi. È lo spirito
della musica a renderlo felice». Così era. A Nelahozeves c’era
una piccola orchestra e il giovane Dvorák ne fece parte, non appena
imparò a suonare meglio il violino. Questi i suoi esordi e i suoi
racconti d’infanzia. Studiò poi a Zlonice, presso lo zio, con
il maestro e organista Antonín Liehmann, e più tardi fece
ingresso alla scuola organistica di Praga, nel 1857. Diciottenne, il giovane
Antonín si guadagnava da vivere suonando la viola nei caffè
e nei luoghi pubblici, insieme ad altri amici musicisti. Il primo colpo
di fortuna arrivò con l’apertura del nuovo Teatro Boemo, diretto
da Mayr: il suo gruppo entrò a far parte dell’Orchestra del
Teatro. Ciò gli consentì di continuare a studiare con maggiore
serenità e soprattutto di comporre. Finalmente il grande salto: mandò a Vienna alcune pagine – duetti vocali, un quartetto e variazioni pianistiche – concorrendo a una borsa di studio. Si immagini il gran momento quando Dvorák ricevette la lettera di Hanslick con l’annuncio che la commissione d’esame, a cui apparteneva anche Brahms, gli avrebbe accordato una somma annua di 600 fiorini! Brahms stesso manifestò particolare entusiasmo raccomandando il giovane all’editore berlinese Simrock. Dvorák aveva imbroccato la strada del successo. Da quel giorno il resto è storia, la storia delle sue opere, delle sue sinfonie, delle pagine cameristiche, e di quel radicato sentimento “popolare” mai tradito, sempre rigenerato dall’interno: una traccia che si ridisegna nell’atto stesso del comporre, fuori dall’interesse scientifico dell’etnomusicologo o dalla pura evocazione folkloristica: l’eco della musica popolare, meglio sarebbe dire “musica della terra”, è per Dvor?ák un esprit intimo, indelebile. Affascinati dal racconto del self made man, ci si rammarica oggi di non conoscere abbastanza il massimo compositore ceco. L’Accademia Stefano Tempia, cogliendo l’occasione del centenario della morte di Antonín Dvorák, compie una scelta programmatica. Non per caso o per distrazione altrui (in effetti l’autore è presente anche in altri cartelloni), e certo al di là della fortuita circostanza di un centenario, ma «per dare inizio a un percorso cognitivo, prima che celebrativo, che è d’obbligo nei confronti del compositore “trascurato”. Importante è stato innestarlo nel concreto movente della missione culturale di un cartellone musicale ma ancora di più farlo scaturire dalla nuda e sincera passione per la sua opera». Massimo Peiretti, direttore artistico dell’Accademia e ideatore del progetto, spiega così un percorso ad anelli concentrici lungo le tappe di un ritratto che si intende mettere a fuoco – e ci tiene a sottolinearlo – con musicisti torinesi, secondo lo spirito di sempre, dal Trio Archè al Trio di Torino (al quale si aggiungono Marina Bertolo e Simone Briatore nella formazione del quintetto), fino all’Orchestra e al Coro dell’Accademia con Massimo Nosetti all’organo, lungo quattro concerti organizzati secondo un crescendo di organico, metafora di un orizzonte che si allarga. Il percorso inizia col tono aurorale del Trio op. 21 (1875), dove il folklore incrocia l’asse tradizionale classico Beethoven-Schubert nel solco della lezione di Brahms – una sorta di inaugurazione delle linee guida della futura produzione cameristica – e con il Trio op. 65 (1883), dove l’essenza della musica è nella naturalezza con cui la linea melodica scaturisce dal tessuto armonico. Che è come dire la magia del folklore. Via via che gli anelli del progetto cresceranno, nei prossimi appuntamenti si incontreranno il Trio op. 26 e il Quintetto op. 81 ad aprile, il Notturno op. 40 e la Serenata op. 22 a maggio e infine, a giugno, la Messa in re maggiore op. 86 che porterà il Coro dell’Accademia, diretto da Massimo Peiretti, al Festival di Musica Sacra di Bressanone e che sarà ospitato in un cd della Real Sound. |
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| Antonín Dvorák Itinerario musicale nel centenario della morte | ||||||||
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| Sistema Musica via San Francesco da Paola, 3 - Torino - e-mail: sistemamusica@comune.torino.it | ||||||||