Gianandrea
Noseda, lei oggi è il più “russo” dei direttori
italiani: trascorre parte dell’anno a San Pietroburgo, infiamma le
platee di tutto il mondo dirigendo Glière o Shostakovich, ha persino
lo sguardo, l’aspetto di un russo. Come è nata questa passione?
«L’amore per la musica russa me lo sono sempre portato dentro;
poi ho incontrato Valerij Gergev – ho studiato con lui a Siena nel
1993 – e lui mi ha invitato a San Pietroburgo, dandomi la possibilità
di lavorare nel “suo” Teatro, il Mariinskij. Così questo
amore istintivo si è caricato di connotazioni concrete. E vivere
con la gente lì (non sono mai stato in un albergo per turisti), passare
il tempo quotidianamente con loro, lavorare con le stesse difficoltà
che loro incontrano ma nello stesso tempo avvicinare la loro musica come
loro la avvicinano per me è stato fondamentale: ero stato chiamato
a portare il repertorio italiano – cosa che ho fatto – ma ho
sicuramente più imparato che insegnato».
E come sono i russi?
«Sono così come escono dai loro testi e dalle loro musiche:
segnati da una malinconia, da una nostalgia pressoché costanti
ma animati da un sorriso e da una generosità che continuano a stupirmi.
Sono un popolo compatto, disponibile, con una fierezza di appartenere
alla Grande Madre Russia davvero incredibile. Mi è piaciuto il
modo in cui mi hanno accettato: pensavo di trovare molta più difficoltà;
invece no. Anzi, stare con loro mi ha dato molta forza: sono arrivato
lì per dirigere il Boris nel 1997, in un periodo di grande depressione
economica, e quando vedi la povertà sulla strada, quando vedi veramente
la miseria e scopri che i musicisti e i cantanti hanno uno stipendio irrisorio
ma sanno che se si attaccano al loro grande patrimonio culturale possono
sperare di uscire da una situazione così difficile, beh, ne trai
davvero grande energia».
Ci sono dei tratti nascosti del carattere russo che le sembra
di avere scoperto e che dirigendo Stravinskij o Prokof’ev le piace
fare emergere?
«In loro c’è un grande senso del mistero, una grande
capacità di stupore di fronte a un avvenimento inatteso: si stupiscono
alle sorprese come bambini! E poi colpisce il loro grande attaccamento
nei confronti degli avi: i grandi autori li chiamano con il nome e il
patronimico, non con il cognome: Dmtrij Dmitrevich, non Shostakovich.
Nell’evocazione ancestrale degli avi del Sacre vedi vivere il passato
come fosse il presente: è quello che succede quotidianamente in
Russia, è proprio lì che trovano la forza per andare avanti.
Il senso dello stupore e del mistero lo senti naturalmente anche nelle
mille storie russe e nel Matrimonio al convento, che è un’opera
assolutamente buffa, con il classico gioco di scambio delle parti; si
ritrova questo gusto della sorpresa esagerata, smaccata: non dimentichiamoci
che i russi sono grandi amanti dei circhi, delle marionette: si pensi
a Petrous?ka. Anche nei momenti di grande crisi economica, quando si faceva
una festa in famiglia, una delle feste in casa di amici musicisti alle
quali io partecipavo spesso, magari si cenava con poche cose e si stava
allegri con una vodka di più anziché con un cappone o con
un buon pesce che non c’erano, ma non si perdeva mai il senso della
festa: loro dicono che anche nei momenti di grande depressione c’è
sempre spazio per l’amore, ed è bello questo, no? Ma in loro
bisogna pensare a sentimenti che si mescolano, che si sovrappongono; anche
in un meccanismo buffo come quello del Matrimonio al convento (che loro,
non a caso, chiamano “Nozze di Figaro russe”), c’è
un sorriso che nasconde un 5% di malinconia, di sguardo disincantato,
di vita concreta, quotidiana che si inserisce nella musica. O, ancora,
i giochi di adolescenti nel Sacre, tu in Russia li vedi, li vedi questi
ragazzi e queste ragazze, il loro modo di essere un po’ ritrosi
all’inizio ma poi di darsi completamente quando si fidano di te
e ti stimano, la vedi questa lotta di difesa che si trasforma in slancio».
Com’è il pubblico russo, rispetto a quello italiano?
«Hanno un modo più ingenuo, più aperto e un po’
meno sofisticato di avvicinarsi alla musica, perché la sentono
come una cosa vera, non come la visita a un museo; in quel momento la
musica è vita, non è l’ennesima ripetizione di un’opera
che loro conoscono. Frequentare l’arte, andare a teatro, fa parte
della quotidianità e in sala non vedi solo un pubblico élitario,
vedi la gente della strada, che fa sacrifici per comprare un biglietto
e venire a sentire l’opera due volte al mese. La guardarobiera del
Mariinskij, una donna molto anziana, non l’ho mai vista senza un
libro e il giorno in cui decisi di andare a parlare con lei scoprii che
citava come cose naturali Dostoevskij, Pushkin, ma anche Brodskij; con
una consapevolezza, una familiarità che mi hanno fatto sentire
piccolo e ignorante. Si potrebbe dire che il pubblico russo è più
naïf nelle reazioni: se c’è da piangere piange, se c’è
da ridere ride, se ha voglia di applaudire applaude: se una scenografia
piace, al Mariinskij scatta l’applauso, prima ancora che entri il
cantante. Ecco, in Russia il pubblico diventa una parte davvero insostituibile
dell’opera, del concerto. In Italia invece c’è un atteggiamento
di grande rispetto e quindi di fronte alla musica si ha una reazione bene
educata, la stessa che si prova andando a un museo e guardando un quadro,
facendo una cosa “colta”».
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