Sistema Musica marzo 2004
orch. filar. torino
  Gianandrea Noseda: «Mistero e tradizione, ecco la Russia di Prokof’ev e Stravinskij»
di Nicola Campogrande
orch. sinf. naz. RAI
giovedì 18 marzo ore 20.30
venerdì 19 marzo ore 21

Auditorium del Lingotto
Orchestra Sinfonica Nazionale della Rai
Gianandrea Noseda direttore
Alessandro Milani violino
Musiche di Dallapiccola, Stravinskij

teatro regio torino
Stagione d’Opera 2003/2004
dal 17 al 28 marzo

Matrimonio al convento

di Sergej Prokof’ev

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  Il sito dell'Orchestra Sinfonica Nazionale della RAI
Gianandrea NosedaGianandrea Noseda, lei oggi è il più “russo” dei direttori italiani: trascorre parte dell’anno a San Pietroburgo, infiamma le platee di tutto il mondo dirigendo Glière o Shostakovich, ha persino lo sguardo, l’aspetto di un russo. Come è nata questa passione?
«L’amore per la musica russa me lo sono sempre portato dentro; poi ho incontrato Valerij Gergev – ho studiato con lui a Siena nel 1993 – e lui mi ha invitato a San Pietroburgo, dandomi la possibilità di lavorare nel “suo” Teatro, il Mariinskij. Così questo amore istintivo si è caricato di connotazioni concrete. E vivere con la gente lì (non sono mai stato in un albergo per turisti), passare il tempo quotidianamente con loro, lavorare con le stesse difficoltà che loro incontrano ma nello stesso tempo avvicinare la loro musica come loro la avvicinano per me è stato fondamentale: ero stato chiamato a portare il repertorio italiano – cosa che ho fatto – ma ho sicuramente più imparato che insegnato».

E come sono i russi?
«Sono così come escono dai loro testi e dalle loro musiche: segnati da una malinconia, da una nostalgia pressoché costanti ma animati da un sorriso e da una generosità che continuano a stupirmi. Sono un popolo compatto, disponibile, con una fierezza di appartenere alla Grande Madre Russia davvero incredibile. Mi è piaciuto il modo in cui mi hanno accettato: pensavo di trovare molta più difficoltà; invece no. Anzi, stare con loro mi ha dato molta forza: sono arrivato lì per dirigere il Boris nel 1997, in un periodo di grande depressione economica, e quando vedi la povertà sulla strada, quando vedi veramente la miseria e scopri che i musicisti e i cantanti hanno uno stipendio irrisorio ma sanno che se si attaccano al loro grande patrimonio culturale possono sperare di uscire da una situazione così difficile, beh, ne trai davvero grande energia».

Ci sono dei tratti nascosti del carattere russo che le sembra di avere scoperto e che dirigendo Stravinskij o Prokof’ev le piace fare emergere?
«In loro c’è un grande senso del mistero, una grande capacità di stupore di fronte a un avvenimento inatteso: si stupiscono alle sorprese come bambini! E poi colpisce il loro grande attaccamento nei confronti degli avi: i grandi autori li chiamano con il nome e il patronimico, non con il cognome: Dmtrij Dmitrevich, non Shostakovich. Nell’evocazione ancestrale degli avi del Sacre vedi vivere il passato come fosse il presente: è quello che succede quotidianamente in Russia, è proprio lì che trovano la forza per andare avanti.
Il senso dello stupore e del mistero lo senti naturalmente anche nelle mille storie russe e nel Matrimonio al convento, che è un’opera assolutamente buffa, con il classico gioco di scambio delle parti; si ritrova questo gusto della sorpresa esagerata, smaccata: non dimentichiamoci che i russi sono grandi amanti dei circhi, delle marionette: si pensi a Petrous?ka. Anche nei momenti di grande crisi economica, quando si faceva una festa in famiglia, una delle feste in casa di amici musicisti alle quali io partecipavo spesso, magari si cenava con poche cose e si stava allegri con una vodka di più anziché con un cappone o con un buon pesce che non c’erano, ma non si perdeva mai il senso della festa: loro dicono che anche nei momenti di grande depressione c’è sempre spazio per l’amore, ed è bello questo, no? Ma in loro bisogna pensare a sentimenti che si mescolano, che si sovrappongono; anche in un meccanismo buffo come quello del Matrimonio al convento (che loro, non a caso, chiamano “Nozze di Figaro russe”), c’è un sorriso che nasconde un 5% di malinconia, di sguardo disincantato, di vita concreta, quotidiana che si inserisce nella musica. O, ancora, i giochi di adolescenti nel Sacre, tu in Russia li vedi, li vedi questi ragazzi e queste ragazze, il loro modo di essere un po’ ritrosi all’inizio ma poi di darsi completamente quando si fidano di te e ti stimano, la vedi questa lotta di difesa che si trasforma in slancio».

Com’è il pubblico russo, rispetto a quello italiano?
«Hanno un modo più ingenuo, più aperto e un po’ meno sofisticato di avvicinarsi alla musica, perché la sentono come una cosa vera, non come la visita a un museo; in quel momento la musica è vita, non è l’ennesima ripetizione di un’opera che loro conoscono. Frequentare l’arte, andare a teatro, fa parte della quotidianità e in sala non vedi solo un pubblico élitario, vedi la gente della strada, che fa sacrifici per comprare un biglietto e venire a sentire l’opera due volte al mese. La guardarobiera del Mariinskij, una donna molto anziana, non l’ho mai vista senza un libro e il giorno in cui decisi di andare a parlare con lei scoprii che citava come cose naturali Dostoevskij, Pushkin, ma anche Brodskij; con una consapevolezza, una familiarità che mi hanno fatto sentire piccolo e ignorante. Si potrebbe dire che il pubblico russo è più naïf nelle reazioni: se c’è da piangere piange, se c’è da ridere ride, se ha voglia di applaudire applaude: se una scenografia piace, al Mariinskij scatta l’applauso, prima ancora che entri il cantante. Ecco, in Russia il pubblico diventa una parte davvero insostituibile dell’opera, del concerto. In Italia invece c’è un atteggiamento di grande rispetto e quindi di fronte alla musica si ha una reazione bene educata, la stessa che si prova andando a un museo e guardando un quadro, facendo una cosa “colta”».

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