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| Egoisti per passione di Nicola Campogrande |
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| Con grande franchezza,
e senza mezzi termini, Gaia Varon se lo domanda nell’intervento che
pubblichiamo in quarta di copertina: «Ci interessa continuare ad andare
ad ascoltare la musica del passato?». Di conseguenza: come possiamo fare per avvicinare i giovani alle sale da concerto? Cambiamo l’abito agli orchestrali? Intanto, a fine gennaio, sul “New York Times” è comparso un bell’articolo di Bernard Holland che si chiedeva: «Un’educazione migliore è davvero il modo per salvare la musica classica?». Conoscere non significa apprezzare, ricordava, e sapere e amare sono cose ben diverse. A monte, evidentemente, c’è un problema: in molti sentono che il cerchio si stringe, che la musica classica è sempre più di nicchia, che bisogna fare qualcosa. Giustamente, però, i più onesti sanno che non esistono rimedi a buon mercato: i due articoli che citavo suggeriscono infatti che non sono le forme del concerto a spaventare i giovani, che non serve capire come funziona una fuga di Bach per godersela. Dunque, che fare? Lasciar perdere? No, credo di no. Ma credo anche che i “rimedi” servano a noi, che già frequentiamo le sale da concerto, e non tanto a loro, che ad ascoltare un quartetto non hanno proprio intenzione di venire. Non so se è capitato anche a voi, ma io a un certo punto della vita mi sono accorto che le visite guidate alle mostre e ai musei sono una cosa furba – prima, con molta presunzione, pensavo fossero dei supporti per sensibilità incapaci di apprezzare da sole. Ma non è che ora frequenti le esposizioni solo se trovo una visita guidata: ci vado perché ne ho voglia, perché mi piace, e se poi trovo la guida e posso capire qualche cosa in più, tanto di guadagnato. Allo stesso modo è chiaro che mi attira di più un allestimento ideato da un grande architetto, che preferisco entrare in un museo luminoso e accattivante, che un po’ di display e multimedialità varia arricchiscono la mia visita. Però se ho voglia di guardarmi un quadro esposto in una vecchia sala polverosa e scomoda ci vado lo stesso: d’accordo le forme, ma grazie al cielo continua a contare anche la sostanza. Con la musica credo che accada la stessa cosa. Interroghiamoci sul rituale del concerto e sui suoi abiti, inventiamoci modi nuovi e divertenti di goderci la performance di un’orchestra, facciamoci spiegare tutto lo spiegabile su forme, linguaggi e strumenti (male non fa di sicuro). Ma facciamolo per noi, perché ci piace, perché ne abbiamo voglia. Gli altri (i famigerati giovani, i timidi, i “non ascoltanti” in genere) verranno a trovarci quando ne sentiranno la necessità. E, soprattutto, quando si accorgeranno che lì dentro ci continuiamo a divertire. Che cosa ne pensate? |
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