Sistema Musica marzo  2004
Le idee
  L’abito fa il monaco: storie di orchestre e t-shirt
di Gaia Varon

È giunto il momento di rivestire i musicisti? La questione non è nuova, ma di recente ha rifatto capolino sulla stampa britannica. Un articolo del “BBC Music Magazine” argomenta che le orchestre nel diciannovesimo secolo vestivano con garbo formale perché tutti, nella società rispettabile del tempo, facevano altrettanto. Riprende il filo su “The Scotsman” Kenneth Walton: «Apprezzo che i musicisti aderiscano a un codice uniforme, ma perché insistiamo nell’abbigliarli secondo una foggia che appartiene, al più tardi, all’età edoardiana?»
Ci sono in effetti due questioni, l’uniformità e l’anacronismo. L’ingresso delle donne nelle orchestre ha già intaccato una troppo rigida uniformità e un po’ ovunque sembra che prevalga la scelta di fornire alcuni criteri generali, per esempio abito lungo, oppure libera foggia purché scuro, o ancora abito lungo e scuro, più che l’imposizione di una vera divisa. L’uniformità è dunque un codice, come dice Walton, ma tarato su criteri di eleganza formale tramontati e andrebbe “aggiornato”. Con quali criteri aggiornare però il codice a un tempo che ha smarrito, o volutamente abbandonato, proprio la rigidità formale dell’abbigliamento? Se si tratta solo di sacrificare colli inamidati e cravatte in favore di camicie aperte, fa un po’ modello Armani e sostanzialmente sta già accadendo. Contraddittorio e ridicolo sarebbe invece fare un’uniforme di abiti che nascono come informali: orchestrali tutti “uniformemente” in jeans e t-shirt con
la scritta “orchestra tal dei tali”? A questo assurdo non s’arriverà perché sembra esserci consenso anche sulla necessità di una certa eleganza. Ricorrere allora agli stilisti? Il panorama è così variegato che ciò che apparirebbe elegante a certi occhi, risulterebbe buffo, o decisamente cafone ad altri. Nina Large su “Andante” cita il caso del pianista Jean-Yves Thibaudet, presentatosi sulla scena vestito Vivienne Westwood e definito ferocemente dal “Daily Telegraph” simile a un clown. L’anacronismo invece ci dà un’eleganza “uniformemente” riconosciuta tale proprio perché fuori
dal tempo.
Dietro all’apparentemente innocente questione degli abiti, però, fa capolino qualcosa di più sostanziale. Walton descrive i concerti come rappresentazioni in costume e aggiunge: «Non c’è da meravigliarsi che i giovani trovino deludente quest’approccio museale»; rigidi programmi e repertorio, per la maggior parte dei concerti delle sale scozzesi l’attrattiva è paragonabile a quella di «una tradizionale funzione della Chiesa di Scozia. A pensarci, il profilo dei partecipanti è simile: vecchiotto e in via di assottigliarsi. Indubbiamente – conclude Walton – è venuto il momento di rinfrescare, portare le nostre orchestre nella modernità e applicare un tocco creativo».
Ecco il cuore della questione: come convincere i “giovani”, chiaramente considerati tutti uguali e anelanti a cose da giovani, ad ascoltare musica “vecchia”? Che le teste grigie che ora frequentano le sale appartengano alla generazione che ha inventato le rivolte giovanili e indossato per prima jeans e dolcevita, è dettaglio secondario; ora, secondo i cliché imperanti, sono vecchi, grigi dentro e fuori, aggrappati alla loro cultura museale (ma davanti agli Uffizi non c’è sempre una lunga coda di giovani?). Orchestrali in frac van bene dunque per loro, ma non per i giovani, così pieni di vita e affamati di cultura e novità, per i quali è indispensabile applicare il tocco creativo, rinfrescare!
In altre parole, si considerano questi giovani tanto cretini e superficiali da non andare a sentire Beethoven perché gli orchestrali hanno il frac. Verrebbe da dire: se è così, pace, che non ci vadano, e se il pubblico si assottiglierà irrimediabilmente, smetteremo anche di suonare Beethoven.
Oppure vogliamo stare al gioco, per cinismo: purché paghino il biglietto e mantengano l’istituzione, prendiamo
all’amo quei giovani tanto sciocchi mettendo sul palco come esca il violinista in pullover? E dove ci si fermerà? Perché prima o poi il violinista, oltreché in pullover, dovrà essere caruccio come Brad Pitt. E la clarinettista, come la vestiamo? Col pantalone slargotto, mutande a vista e ombelico di fuori? Oppure con la minigonna inguinale? E se cinque anni dopo suona sempre meglio ma è diventata panzona, che si fa?
Il fatto è che è musica vecchia, quella che andiamo ad ascoltare in sala da concerto: Pierrot lunaire e la Sagra della primavera si avviano a compiere cent’anni, gran parte di ciò che, questo sì anacronisticamente, viene definito “contemporanea” è stato scritto prima che molte delle summenzionate teste grige fossero nate. Non sarà una vernicetta di finta novità ad avvicinarla: quella musica, come Beethoven, è “contemporanea” solo se siamo ancora interessati ad ascoltarla. Chi la suona è vestito in maniera anacronistica rispetto a noi (e rispetto a molta della musica che suona: certo non vestivano in frac né in nero i musicisti al tempo di Mozart e Haydn), ma secondo un modello di eleganza rimasto in auge per più di un secolo. Non è sacro, ovviamente, e può essere cambiato; di fatto, poco alla volta cambia. Ma il punto non è quello, il punto è: ci interessa continuare ad andare ad ascoltare la musica del passato?
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