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| Murray
Perahia La rinascita del genio di Guido Barbieri |
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Questa
è la cronaca di una rinascita, la parabola di una rigenerazione,
l’itinerario di una metamorfosi, insomma: la storia di Murray Perahia.La prima pagina del “romanzo” porta la data del 19 aprile 1947: in un palazzo del Bronx, nella città di New York, il piccolo Murray vede per la prima volta la luce fioca del suo quartiere. Il padre fa il sarto, di mestiere, ma la sua ragione di vita è un’altra: l’opera lirica. Ogni sabato, all’una e mezza in punto, mister Perahia si infila tra le due torri della vecchia Metropolitan Opera House, a Broadway, tra la trentanovesima e la quarantesima, e dimentica per qualche ora i guai del suo “atelier per signora”, in crisi permanente e continua. Ma dalla stagione 1950-1951 il seggiolino di loggione accanto al suo non è più vuoto: silenzioso ed educato, gli occhi fissi sul palcoscenico, appare un bambino di tre anni e mezzo che non perde nemmeno una battuta di Rigoletto e di Manon, de La bohème e dei Maestri cantori. E alla fine si sorbisce senza fiatare le discussioni tra il padre e i vicini di sedia che litigano su Bjorling e su Merrill, su Siepi, Vinay e Di Stefano. A casa poi, il signor Perahia e suo figlio cantano e ricantano senza stancarsi mai, inventando di sana pianta le parole di Piave e di Giacosa, La donna è mobile e Mi chiamano Mimì. Ma al duetto di famiglia manca qualche cosa: il pianoforte. Ed è per questo che il piccolissimo Murray, ad appena quattro anni di età, viene spedito da un vicino di casa, musicista spiantato, per imparare a tenere le manine su una fila di tasti bianchi e neri. «Così almeno – dice papà Perahia – le potrò cantare come si deve, le mie arie!» Ma purtroppo per papà Murray suona come un dio. Il vicino di casa si arrende e lo affida a una pianista vera, Janet Haien, che per due volte a settimana affronta il calvario del Bronx e del muso duro di mister Perahia, timoroso di perdere per sempre il suo accompagnatore preferito. Ma la strada è tracciata: Janet si rende conto che il suo allievo, a diciassette anni, non ha più niente da imparare e fa un passo indietro. Per un anno intero Murray continua a studiare da solo, ogni giorno, senza mollare mai, fino al giorno in cui si spalancano le porte del severissimo, rigorosissimo, esclusivissimo Mannes College di New York: i mattoni rossi del Bronx lasciano il posto ai buildings di vetro e cemento di Manhattan. Da qui in poi il primo tratto di strada, quello degli anni Settanta, è in discesa: l’amicizia con Serkin, gli studi con Horszowsky, il “patto di sangue” con Horowitz, la vittoria al Concorso di Leeds, il primo disco con la Cbs, tutto dedicato a Schumann. Ma anche i roaries Eighty sono generosi: nel 1983 la prima incisione mozartiana, con i due Concerti K. 453 e K. 456, l’anno successivo il primo Schubert, gli Impromptus, e finalmente, nel 1985 il primo Beethoven. I critici sono in sollucchero: la nitidezza cristallina del fraseggio, il perfetto senso della forma, la bellezza adamantina del suono, il controllo anti-retorico dell’espressione fanno gridare al miracolo. In pochi anni Perahia diventa il campione di una visione rigorosa, sobria, risolutamente non romantica, del classicismo viennese. Ma nelle cornici troppo rigide anche i quadri migliori sbiadiscono: e allora Perahia decide di liberarsi dell’immagine di “pianista biedermeier”che rischia di rimanergli appiccicata addosso per sempre. E così, alla fine dei ruggenti Ottanta, torna al suo Schumann prediletto, innestando però sul tronco principale alcuni preziosi rami cadetti: Chopin, innanzitutto, Mendelssohn, Brahms e (in cauda venenum) il perfidissimo Liszt. Il sorriso dei critici (ma in alcuni casi anche del pubblico) si indebolisce: nel grande repertorio romantico l’esprit de finesse e l’esprit de geometrie di cui Perahia è felice possessore producono una lucidità un po’ sterile e un rigore inaspettatamente algido. Il concerto e la performance dal vivo rivelano poi una inattesa fragilità emotiva: la precisione di tocco si fa evanescente, gli errori banalmente “digitali” si moltiplicano pericolosamente. Si sfiora, all’inizio degli anni Novanta, il bordo della crisi. Che la “mano” del destino si incarica di portare, come al solito, alle estreme conseguenze. Nel 1992 un incidente al pollice della mano destra sottrae Perahia ai concerti, alle tournée, alle incisioni. E per due lunghissimi anni il figlio del sarto del Bronx non può nemmeno avvicinarsi alla tastiera del pianoforte. Sono settimane di studio, di ascolto, di pensiero. Che alla fine restituiscono all’universo della “musica viva” un Perahia diverso, trasformato, rigenerato. Durante i ventiquattro mesi di “quarantena” il cibo quotidiano del “vecchio” Murray torna a essere Bach e nel segno del kantor di Lipsia avviene il “grande ritorno”: tra il 1998 e il ’99 le Suite inglesi, nel 2000 le Variazioni Goldberg, tra il 2001 e il 2002 i Concerti per clavicembalo. La Perahia-renaissance è straordinariamente felice. La scrittura bachiana è affrontata senza alcun pregiudizio filologico: il crescendo e il diminuendo, lo stringendo e l’accelerando attraversano da capo a piedi la tastiera del pianoforte, impedendole qualsiasi scaltra imitazione clavicembalistica. Ma la limpidezza del contrappunto è abbagliante e disarmante la naturalezza del respiro ritmico. Il giovane Murray è dunque tornato pienamente alla vita e i profeti di sventura sono serviti: non sarà per caso che chi ha la ventura di venire alla luce in uno dei tanti Bronx del mondo è costretto a nascere (per lo meno) due volte? |
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