Massimo
Quarta, da dove nasce il progetto dell’esecuzione integrale dei Concerti
di Paganini?
«L’idea è figlia della registrazione, con il violino
del virtuoso genovese, dei suoi 6 Concerti. La proposta della Dynamic di
Genova che ha promosso questo progetto editoriale è capitata in un
momento della mia vita nel quale, invece di dedicarmi alla pura esecuzione,
mi trovo ad avere più tempo per pensare alla musica, per meditare
su un intero ciclo di riletture. La volontà poi di offrire dal vivo
questo organico corpus interpretativo si è felicemente incarnata
con l’Orchestra di Padova e del Veneto, prima in stagione presso la
loro sede, poi in giro per il mondo: a Torino, per esempio».
Che cosa, del suo Paganini, l’ha fatta additare come un
interprete rivoluzionario dalla critica mondiale?
«È una comune tendenza contemporanea quella di rigenerare
opere di compositori del passato remoto, di cui non c’è testimonianza
diretta, con nuovi strumenti di ricerca, che eludano la tentazione di
proporre letture autocratiche, dove l’idea dell’interprete
soffoca quella del compositore. Di fronte alle partiture mute la sfida
dello strumentista è quella di ravvivare la fiamma autentica che
ha animato la vita artistica del compositore e per questo è indispensabile
scavare tra i manoscritti originali senza accontentarsi delle edizioni
a stampa – spesso manipolate e fuorvianti – e trovare indizi
storici e bibliografici che aiutino a capire.
Lo stereotipo demoniaco di Paganini ha mortificato il suo valore musicale
che è assoluto e caratterizzato da un cuore estetico preciso, ingranato
nella stagione più alta del melodramma italiano: senza negare il
contributo insuperato al vocabolario violinistico moderno, ancora oggi
di ardua realizzabilità, non va persa l’attitudine al cantare,
che Paganini sviluppa in una forma piena e felice intonando il violino
ora a guisa di un soprano, ora di un tenore.
I referenti ideali sono Bellini e Donizetti, nelle loro accezioni più
intimistiche e insieme declamate, e Schubert, direi, quando troviamo sulle
note indicazioni di accenti che svelano un’evidente vena liederistica
del virtuoso genovese».
Lei ha esaltato le risorse della miniera paganiniana; quali sono
invece i limiti dello scavo?
«Direi la scarsità d’indicazioni a uso dell’interprete
sulla partitura e la scrittura strumentalmente spericolata ai limiti dell’insuonabile,
che ha indotto alcuni revisori a inventarsi povere facilitazioni. Nel
Quinto concerto, il più difficile e il meno eseguito, si è
presentato il problema dell’orchestrazione, lasciata incompiuta
dall’autore deceduto prematuramente e completata da Federico Mompellio
in modo a mio avviso non conforme alle numerose indicazioni lasciate da
Paganini sotto forma di appunto.
Per questa ragione, d’accordo con la casa discografica, abbiamo
proceduto insieme a Francesco Fiore a stendere una nuova versione più
fedele, a nostro parere, al messaggio paganiniano».
Cosa di questa proposta concertistica può sembrare allettante
per un pubblico giovane?
«Noto anch’io la reticenza dei giovani nell’accostarsi
almeno per una volta alla grande musica, ma diffido dei disperati tentativi
di seduzione messi in piedi adottando programmi contaminati con altri
generi: credo che la musica di ricerca sia alla portata di tutti, ma non
per tutti; certo sarebbe formativo che, almeno per una stagione della
sua vita, ciascun cittadino si avvicinasse alla disciplina che il praticare
la musica comporta.
La strada percorribile è piuttosto quella della musica comunicatrice
di stati d’animo, espressione di umanità, capace di toccare
corde profonde: la musica di Paganini, ben oltre l’ammirazione per
le arditezze strumentali, è capace di sintonizzare l’ascoltatore
su mille frequenze differenti e con ogni mezzo sublime o grezzo che sia,
persino imitando un raglio d’asino».
| Alexander Lonquich |
| Anche quest’anno Alexander Lonquich torna all’Unione
Musicale proseguendo il percorso nella letteratura e nell’interpretazione
pianistica tra Ottocento e Novecento nato nelle passate stagioni come
esito di un’instancabile attività di ricerca non solo in ambito musicale.
L’esplorazione è tanto più affascinante perché, come ha dichiarato
lo stesso Lonquich, non sempre nasce dalla necessità di «rispettare
un filo razionale […], ma dalla possibilità di seguire una logica
più segreta che mi porta a collegare emotivamente un pezzo con un
altro» proponendo confronti e suggerendo segrete affinità tra pagine
musicali anche lontane. |
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