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| Krystian
Zimerman - Il pianista della perfezione di Alberto Bosco |
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Facciamo
finta per un momento di non sapere chi sia Krystian Zimerman e proviamo
a immaginarcelo senza sapere nulla del suo curriculum, dei suoi dischi e
delle sue particolarità d’interprete. Proviamo a immaginarcelo
partendo dal programma del recital torinese. Guardiamo un po’: c’è
Chopin, quello cesellatore e enigmatico delle mazurche, ma anche quello
visionario della seconda Sonata; poi c’è il controllatissimo
Ravel, sia pure quello in versione un po’ più sbottonata delle
Valses nobles et sentimentales; a chiudere troviamo nientemeno che la Java
Suite di Leopold Godowski, un lavoro che non è certo di repertorio,
ma che è una curiosa apertura sull’attività di compositore
di uno dei più grandi virtuosi del secolo scorso, noto più
per le sue mirabolanti trascrizioni che per le sue composizioni originali.A questo punto i nostri possibili identikit sono tanti. Zimerman potrebbe essere uno di quei pianisti tutto finezze e cure dei particolari, magari un po’ salottieri, ma capaci di sciorinare sulla tastiera le mazurche di Chopin con la stessa disinvoltura di un Paderewsky? Non sarà invece un cuore impavido, capace di buttarsi nella grande forma tutto d’un fiato, un temperamento dionisiaco, diciamo alla Sofronitzky? O che sia invece un novello Gieseking, un neoclassico più a suo agio nella clarté francese che non nel torbido delle passioni? O ancora un cercatore di perle rare, uno di quegli interpreti border line impegnato a rispolverare e riscoprire autori negletti? O per finire un atleta del pianoforte, un infallibile e spavaldo macinatore di scale, ottave e arpeggi? Ebbene, Zimerman non è né l’uno né l’altro, ma tutti questi insieme. Già dagli inizi della sua carriera internazionale, lanciata dalla vittoria del Concorso «Chopin» a soli diciott’anni, Zimerman si faceva notare per la sua assoluta originalità. Un’originalità che non era il segno di una personalità dirompente o provocatoria, come un Glenn Gould, tanto per intenderci, ma piuttosto il riflesso di una capacità sopraffina nel variare registri, stili e espressioni, cosa quanto mai rara per un pianista giovane, poiché come si sa la libertà di muoversi tra il molteplice è un dono della maturità. L’agilità con la quale il giovane pianista polacco riusciva invece a passare da un modo di suonare a un altro, all’interno non solo dello stesso concerto, ma anche dello stesso brano musicale, destava lo stupore di tutti i critici, ormai del resto rassegnatisi a pianisti monocolori, fatti con lo stampino dei concorsi internazionali e dei cd. Lo stupore diventava tanto più forte a pensare che Zimerman a poco più di vent’anni dimostrava un gusto impeccabile, una padronanza tecnica e uno sguardo storicamente appropriato e profondo perfettamente in grado di mantenere il suo talento camaleontico dentro gli argini della misura. Per fare un esempio, una Partita di Bach sotto le sue mani poteva suonare nelle esposizioni sobria, essenziale e classica come uscita dalle dita di Lipatti e poi cambiare completamente faccia nelle riprese dopo i ritornelli, con un fraseggio pieno di rubati e pedale di risonanza, come se sullo sgabello si fosse accomodato Busoni in persona. Un programma di concerto, poi, avrebbe potuto anche comprendere senza nessuna impressione di arbitrarietà una Sonata di Beethoven, musiche di Chick Corea e una prima esecuzione di un compositore polacco. Chi oggi conosce Zimerman ha però davanti ai suoi occhi un’immagine abbastanza diversa. Del giovane trasformista impassibile, non c’è più quasi traccia e quella via da lui inaugurata è ora battuta da altri pianisti più giovani. Il suo percorso artistico, la collaborazione con alcuni dei grandi direttori del passato, il suo perfezionismo lo hanno spinto verso altri territori. Chi volesse oggi identificarlo lo troverebbe tra i classici, schierato con quelle persone d’arte e di cultura che vivono il loro impegno come un’alta missione contro la barbarie incipiente. Così le sue esibizioni pubbliche si sono fatte più rare, lo stile più austero e levigato, i suoi dischi ormai sono eventi, il coronamento di tanti sforzi cui affidare una parola definitiva. A questo ideale di compiutezza il maturo Zimerman ha sacrificato la sua giovanile varietà, alla ricerca di un’unità perduta, incamminato sulla strada infinita della perfezione. |
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