Correva
il primo novembre 2002 allorché uno scarno comunicato della SwissInfo
News Service annunciava la morte di Yuri Ahronovitch, avvenuta la sera del
giorno precedente a Colonia, per un’infezione polmonare, dopo un ricovero
ospedaliero durato una decina di giorni. In maniera del tutto inattesa si
spegneva così, a soli settant’anni, colui che era considerato
uno dei grandi direttori contemporanei. Russo di origini ebraiche, in quanto
dissidente nel 1972 era stato costretto a lasciare l’Unione Sovietica:
non vi fece più ritorno. Di lui, che amava raccontare la boutade
ricevuta a inizio carriera da un insegnante: «Caro Yuri, scoprirai
presto che facciamo il più bel mestiere del mondo. Abbiamo la possibilità
di parlare con Dio… e siamo anche pagati per questo!», va anche
ricordato il “gran rifiuto” di dirigere Wagner, che considerava
un antisemita. A Torino Ahronovitch è stato legato da importanti
trascorsi sinfonici. Da qui la decisione di commemorarlo con un concerto,
a due anni di distanza dalla sua morte, e di invitare a esibirsi Roberto
Cominati, un pianista che ha avuto modo d’essere molto apprezzato
dal direttore russo.
Maestro Cominati, quali ricordi ha di Ahronovitch?
«Era molto tenero come persona. Sono stato addolorato per la sua
scomparsa, anche se in fondo l’ho conosciuto poco. Fu davvero molto
gentile con me: mi aveva invitato per alcuni concerti, poi cancellati
per la sua scomparsa, ma siamo stati insieme due o tre giorni nei quali
fu veramente adorabile: era il “nonnetto” che tutti noi avremmo
voluto avere. Con me era delizioso. Non penso che a tutti dicesse le cose
così belle che disse a me, anche se immagino che in generale avesse
una buona disposizione nei riguardi degli altri. Di quei tre giorni la
cosa più carina che mi ricordo non è tanto il concerto,
ma un giorno al ristorante, con lui e la moglie, in cui veramente fu quasi
commovente. Nel suo italiano un po’ improbabile mi raccontò
la sua vita, molto sofferta, la prigione per due anni, la condanna a morte.
Quello che serbo è quindi un ricordo molto tenero, davvero –
credo che “tenero” sia la parola più adatta in questa
circostanza».
E dal punto di vista musicale?
«Insieme abbiamo suonato il secondo Concerto di Saint-Saëns,
facendo un paio di prove prima del concerto. Sicuramente era un grande
direttore, ma non è quella la cosa che mi è rimasta più
impressa. Non ricordo benissimo il suo modo di dirigere. Molto divertente
era quel suo continuare a ripetere “Carissimi, carissimi”,
per tenere buoni gli orchestrali… In generale, ricordo che mi trovai
molto bene con lui, soprattutto dal lato umano. Quando si suona con un
direttore d’orchestra, è fondamentale che si instauri una
buona relazione. Se ciò succede, il direttore ti chiede i tuoi
tempi, si ricorda quello che vuoi fare… Per me l’aspetto preponderante
dev’essere quello umano. Questa è la qualità che più
mi ha impressionato di Yuri Ahronovitch. Appena abbiamo finito le prove,
mi ha abbracciato, mi ha portato in camerino per farmi vedere una foto
di Emil Gilels, che aveva diretto nello stesso Concerto che avevamo appena
suonato. Rimpiango di non aver potuto suonare altre volte con lui, devo
dire proprio forse più per questo aspetto umano che non per quello
musicale».
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