Sistema Musica ottobre  2004
ass. lingotto musica
  Bronfman e Rachmaninov
La chiarezza al servizio della fantasia

di Gaia Varon

martedì 19 ottobre

Auditorium del Lingotto
ore 20.30
Radio-Sinfonie-Orchester Frankfurt
Hugh Wolff
direttore
Yefim Bronfman pianoforte
Rachmaninov Concerto n. 3 in re minore per pianoforte e orchestra op. 30
Schumann Sinfonia n. 2 in do maggiore op. 61


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  Il sito del direttore Hugh Wolff
  Il sito ufficiale del pianista Yefim Bronfman
Una foto del direttore Hugh WolffIl primo gesto dell’orchestra è scaraventarti in un mondo che sgorga da una misteriosa profondità, ma subito interviene il timbro luminoso del pianoforte con un melodia, nuova e antica a un tempo. Una melodia, secondo quel che scrisse un critico statunitense all’indomani della prima assoluta, a New York nel 1909, del Terzo concerto per pianoforte e orchestra di Sergej Rachmaninov, intessuta di malinconia che però non sale mai al picco di passione o di piena tragedia come farebbe una di C?ajkovskij. Parole non dissimili, lacrimevoli melodie in un concerto buono per virtuosi in cerca di successo, trova un’ottantina d’anni più tardi l’autorevole critico del “New York Times” Bernard Holland, infastidito probabilmente dallo straordinario successo che il Concerto, oramai noto semplicemente come Rach 3, stava conoscendo anche al di fuori della cerchia dei frequentatori delle sale da concerto grazie a Shine, film che narra la vera storia del pianista australiano David Helfgott, affetto da disturbi psichici e legato a doppio filo al Terzo concerto.
Traspare in quelle parole come in altre simili un giudizio, forse pregiudizio, che grava ancor oggi su Rachmaninov: superbo pianista, ma compositore in qualche modo facile, popolare, che non ha inciso sulla storia della musica e nelle cui pagine anzi ci si muove con agio proprio perché garbatamente arredate di invenzioni musicali altrui, dei massimi romantici in primis. In altre parole, a Rachmaninov tocca pagar pegno per non aver scelto le vie delle avanguardie ed è pegno più costoso che per altri perché il successo di pubblico pare, a certi puristi, un’aggravante.
Se critici e musicologi mantengono il sopracciglio alzato, ci pensano però gli interpreti a dare ragione all’apprezzamento a largo raggio degli ascoltatori: da Gustav Mahler a Willem Mengelberg, da Serge Koussevitsky a Georges Prêtre, da Fritz Reiner a Claudio Abbado sono tanti e di prim’ordine a essere saliti sul podio per il Rach 3. La teoria di pianisti che l’ha portato in sala e in disco non è meno lunga e interessante; e certo non si tratta solo di virtuosi nel senso peggiore del termine. Basta del resto, per comprendere come la pagina chieda un interprete in senso pieno, soffermarsi un momento su quell’inizio, quella melodia quieta e vagamente memore di una musicalità popolare russa: per nulla lacrimosa nell’interpretazione dello stesso Rachmaninov, almeno nella tarda incisione che ne ha lasciato. Un velo di malinconia leggera ci stende invece Van Cliburn, Horowitz la scandisce chiara, limpida, quasi marziale al confronto; chiara ma pensosa scaturisce dalle dita di Lilya Zilberstein, mentre Martha Argerich esordisce luminosa ma poi avvita le note in una spirale di turbamenti.
Yefim Bronfman – cui pure si deve un’eccellente incisione del Terzo di Rachmaninov sotto la bacchetta di Esa-Pekka Salonen e che ne sarà l’interprete, qui con l’americano Hugh Wolff alla guida della Radio-Sinfonie-Orchester di Francoforte, per il concerto inaugurale dell’Associazione Lingotto Musica – è, come lo stesso Rachmaninov, un pianista superbo per mezzi tecnici, capace di energia e potenza di suono, di una meravigliosa chiarezza di articolazione anche nei passaggi più impervi, e dotato di libertà e fantasia interpretative.
Flessibilità e varietà sono invece le parole chiave del lavoro di Wolff con la RSO Frankfurt, cui è legato stabilmente dal 1997, che si declinano tanto nella versatilità delle scelte di repertorio – che spaziano dal Barocco al contemporaneo ma con un saldo radicamento nel repertorio classico-romantico, rappresentato, nel concerto torinese, dall’emozionante Seconda sinfonia di Robert Schumann – quanto nella curiosità ed elasticità dell’approccio esecutivo. Qualità di cui può forse fare a meno il repertorio da virtuosi in caccia di successo, ma non il Rach 3, dove alle spalle del pianista c’è sempre una scrittura orchestrale sapiente e tutt’altro che di contorno che, ancora una volta, rivela un Rachmaninov compositore di valore. E anche l’orchestra può suonare assai diversa a seconda della mano che la guida; il sentimentalismo deprecato da molti non era certo cercato dall’autore, che era pianista aristocratico, snello e veloce, poco incline a indulgere in languori, e che in gioventù, in veste di direttore, stupiva il pubblico russo per le sue letture assai poco sentimentali delle opere di C?ajkovskij. Era una scelta precisa, se dichiarava che in ogni composizione vi è una sorta di perno, di punto culminante, cui è necessario arrivare con «calcolo e precisione assoluti».
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