Sistema Musica ottobre  2004
ass. lingotto musica
  L’Orchestra di Fiesole
Vent’anni tra sacrifici e meraviglie

di Oreste Bossini

mercoledì 13 ottobre

Auditorium del Lingotto
ore 20.30
Giovani per i giovani
Orchestra Giovanile Italiana
Daniele Gatti
direttore
Musiche di Wagner, Mahler


NAVIGARE IN MUSICA
  Il sito dell'Orchestra Giovanile Italiana
Per tre anni, dal 1984 al 1986, ho fatto parte dell’Orchestra Giovanile Italiana. In occasione del concerto torinese dell’Ogi, che festeggia i primi vent’anni di attività con un bel programma diretto da Daniele Gatti, vìolo per una volta le leggi del giornalismo anglosassone (mai parlare in prima persona) e cedo alla tentazione di rendere una testimonianza di quei primi anni dell’Orchestra, ammantati, come accade per le cose antiche, di una domestica aura di leggenda.
Non ricordo di preciso come venni a sapere dell’Orchestra; probabilmente fu un passaparola tra studenti. L’Ogi esisteva da appena un anno, eppure si favoleggiava già attorno a quei primissimi eroi dell’archetto e dell’ancia. Della prima formazione si parlava con reverenza, come se i migliori paladini di Francia si fossero dati appuntamento a Villa La Torraccia e Fiesole fosse divenuta una sorta di Roncisvalle, teatro della loro ultima e più grande avventura musicale. Di quella prima Orchestra, che aveva tenuto forse due o tre concerti in tutto, si diceva già che fosse irripetibile: difficile da eguagliare, impossibile da superare. E il programma, poi! Non quel Settecento incipriato con cui avevamo sempre a che fare da studenti, unico repertorio accessibile ai nostri direttori brocchi, il cui delitto più efferato era di rendere insulsi i Concerti barocchi e insipide le Sinfonie di Mozart e di Haydn a noi e al pubblico occasionale. Lì, a Fiesole, c’era invece un gruppo di coetanei che eseguiva addirittura il Concerto per orchestra di Bartók, un pezzo impegnativo anche per la più esperta formazione di professionisti. Insomma, l’Orchestra Giovanile Italiana, a un anno dalla fondazione, era già una chimera.
Non so come, fui scelto nella successiva selezione, in mezzo a un nugolo di violinisti arrivati da ogni parte d’Italia, così come pullulavano gli aspiranti per ciascun strumento del bando. I tre anni seguenti, nei quali ho frequentato i corsi dell’Ogi, furono un periodo talmente ricco di esperienze musicali, umane e professionali che non riesco a riassumere il tutto in un unico aggettivo. Il termine più vicino è forse intenso, perché nel ricordo quel che avveniva a Fiesole possedeva il dono di sembrare il concentrato del nostro mondo. Il lavoro di preparazione avveniva ogni mese, in un fine settimana lungo, dal giovedì al lunedì. Alla mattina si svolgevano il programma di musica da camera – vertice inconfessato di ogni nostra ambizione – e il lavoro delle singole sezioni. Il pomeriggio, invece, l’Orchestra intera si riuniva per la prova, tenuta in luoghi improbabili (un vecchio pollaio ristrutturato o un salone ricavato dalla serra…). Mi domando come fosse possibile, in mezzo a quel frastuono, ascoltarci l’un l’altro e imparare a suonare una Sinfonia di Mahler con la stessa delicata prontezza di un Quartetto di Mozart. Eppure ci riuscimmo.
Le lezioni, a Fiesole, avevano qualcosa di speciale, rispetto al modo cui eravamo abituati in Conservatorio, dove s’insegnava quasi solo la tecnica dello strumento. Qui s’imparava a decifrare un geroglifico che per la maggior parte di noi rimaneva ancora in sostanza misterioso, ossia la musica. Con pazienza, e ciascuno secondo la propria indole, i maestri ci aiutavano ad afferrare il filo giusto e a sbrogliare la matassa di una sinfonia, di un quartetto, di un pezzo per ensemble.
Non si può tacere il nome dell’uomo che incarna, oggi come allora, lo spirito stesso della Scuola, Piero Farulli. In lui tutto richiama la figura del profeta, dalla fisionomia leonina al fervore focoso con cui affronta ogni aspetto della vita, compreso il dominio su un cuore affaticato che non sempre riesce a reggere il ritmo impostogli dalla volontà. La Scuola e l’Orchestra hanno costituito per Farulli la ragione della vita, dopo la splendida avventura del Quartetto Italiano, e la sua eredità spirituale da lasciare ai posteri.
L’aspetto sorprendente di quell’esperienza, a ripensarci ora, è la discrepanza tra i risultati artistici raggiunti in poco tempo – con le tournée estive e invernali compiute in Italia, con la guida di direttori di fama come Riccardo Muti, Eliahu Inbal, Carlo Maria Giulini e molti altri – e la struttura artigianale che reggeva il peso di una simile organizzazione. Il simbolo inconsapevole di quell’improbabile miscela di energia, dedizione e buona volontà era il bidello factotum promosso sul campo a segretario per tutte le mansioni che il vero motore della Scuola, Adriana Verchiani, non riusciva a sbrigare. Il motto di questo brontolone, buono come il pane, era «‘un si pole», tanto che glielo avevano perfino scritto sulla porta dell’ufficio. Qualunque richiesta si avanzasse, di sicuro troppe e a volte irragionevoli, la sua risposta era immancabilmente «‘un si pole». In teoria aveva ragione lui, ma in pratica si riusciva, non si sa come, a ottenere tutto quel che serviva. A distanza di vent’anni, immagino (e spero) che molte cose siano cambiate a Fiesole, ma l’incrollabile fiducia nelle proprie forze forse è ancora la stessa. «‘Un si pole», ma si fa tutto.
Sistema Musica via San Francesco da Paola, 3 - Torino - e-mail: sistemamusica@comune.torino.it