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| Evelino
Pidņ «Inseguo Puccini, pittore di suoni» |
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«È
quasi incredibile, lo so, è la mia prima Bohème! L’ho
suonata alla Scala, nei primi anni Ottanta, sotto la direzione del grande
Carlos Kleiber, ma non l’ho mai diretta. È anche la mia prima
inaugurazione al Teatro Regio, il teatro della mia città: ne sono
molto orgoglioso e, insomma, ho fatto Bingo!» Il direttore d’orchestra
Evelino Pidò, racconta così, sorridendo, l’emozione
per la sua prima Bohème, spettacolo inaugurale della Stagione d’Opera
2004-2005 del Regio. Protagonisti Angela Gheorghiu e Roberto Alagna che
cantano a Torino insieme per la prima volta e che con Pidò hanno
già lavorato spesso. «Tra di noi c’è una bellissima
intesa musicale e artistica; diciamo che ci capiamo “a occhi chiusi”–
spiega il direttore torinese –. Insieme li ho diretti in Amico Fritz
a Montecarlo e in Elisir d’amore a Lione, e a New York, con Roberto,
ho fatto Lucia di Lammermoor. Sempre a Lione abbiamo registrato insieme
un cd dedicato al belcanto, e lo scorso anno qui a Torino, nella Chiesa
di San Filippo, l’ho diretto in Canto di pace di Marco Tutino. Con
Angela ho lavorato in Elisir d’amore a Londra e ho registrato un disco
d’arie d’opera. Sono due grandi cantanti: tra di noi c’è
un intenso feeling artistico. Il nostro rapporto è incentrato sul
dialogo e sulla ricerca: ho la certezza di poter chiedere loro delle cose
che otterrò».Bohème: così amata, così conosciuta, così eseguita… «Nel giugno scorso sono andato a Londra, dove Gheorghiu e Alagna stavano cantando Faust al Covent Garden, per una prima prova al pianoforte di Bohème. Beh, mi hanno fatto un grandissimo complimento che, detto da loro che hanno già cantato molte volte quest’opera, mi ha molto lusingato: “Ci hai fatto scoprire delle cose nuove su questa partitura!” Il mio lavoro nasce innanzitutto dal massimo rispetto per Puccini. Ci sono tradizioni che spesso si incrostano su una partitura, che vengono ripetute anche se non hanno più nulla a che fare con l’originale. Io ho la voglia e l’entusiasmo di andare più a fondo a ciò che Puccini ha scritto realmente, rispettando le sue parole, la sua precisione, le sue sottolineature. Il mio non sarà un Puccini “pesante”, sarà un Puccini quasi cameristico. È chiaro che nella partitura ci sono grandi esplosioni, quasi fossero dei fuochi d’artificio – come avviene nella bellissima scena di massa del secondo quadro al Cafè Momus – ma negli altri quadri prevale una grande intimità. Ecco, penso ad esempio agli stilemi usati da Verdi in Aida: c’è la grande scena del trionfo, ma le altre pagine sono intimistiche: Puccini percorre la stessa strada scegliendo con gusto e maestria piani e pianissimi. Penso alla flessibilità del fraseggio, a certe appoggiature, certe sfumature di Che gelida manina o del duetto finale del primo quadro. Il lavoro di Puccini sull’orchestra è attentissimo e minuzioso: basti considerare il dialogo tra orchestra e palcoscenico, al rappor- to che si stabilisce tra voci e orchestra». Una partitura non facile per le voci. «I presupposti per una Bohème di prestigio ci sono tutti visto lo splendido cast e l’altissimo livello di Coro e Orchestra del Regio. Quello che spesso capita nelle opere di Puccini è che si canta troppo, si tende a cantare “tanto”; io invece vorrei un maggiore rispetto delle nuances, delle dinamiche». Bohème ovvero la giovinezza che scopre l’amore e la morte. «Puccini riesce magnificamente a dipingere musicalmente i vari quadri, quasi fosse un pittore, passando dalla felicità di una vita festosa, da goliardi dei quattro amici del primo atto, alla morte di Mimì. I due temi che caratterizzano l’opera sono appunto quello dell’amore e della morte. Così nel primo atto quando entra Mimì, in un contesto apparentemente sereno c’è già Una nota, un accordo che ci segnala, ci fa prevedere il dramma finale: quella piccola anticipazione si allargherà poi a macchia d’olio in tutta l’opera fino all’epilogo». (s.f.) |
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