Gergely
Bogányi, trentenne, nativo di Vác (Ungheria), è un
pianista assai popolare e amato, tanto nel proprio paese quanto in Finlandia,
sua seconda patria. Ha studiato all’Accademia «Liszt»
di Budapest e all’Accademia «Sibelius» di Helinski e in
seguito all’Indiana University di Bloomington; si è poi perfezionato
con Annie Fischer, Murray Perahia e András Schiff. La sua carriera
inizia nel 1996, quando vince il Concorso Internazionale di Budapest. Nel
2000 il Ministero della Cultura Ungherese gli conferisce il Premio «Liszt»;
nel 2004 il Premio «Kossuth». L’esecuzione dell’opera
omnia di Chopin in un ciclo di concerti gli vale altri riconoscimenti: in
Finlandia la medaglia dell’Ordine della Rosa Bianca, in Ungheria il
titolo di “Migliore esecuzione concertistica dell’anno”
assegnato da “Gramophon News”. A Torino lo abbiamo accolto con
entusiasmo la scorsa primavera, quando con talento e passione ha interpretato
il Primo concerto di Liszt, insieme con l’Orchestra Sinfonica Nazionale
della Rai diretta da Gyorgy Gyoriványi Ráth: l’occasione
era densa di significato perché il concerto celebrava l’ingresso
dell’Ungheria nell’Unione Europea.
Ma Torino è ghiotta di giovani artisti infuocati e Gergely Bogányi
è stato ora invitato dall’Orchestra Filarmonica di Torino,
diretta da Marzio Conti, per l’inaugurazione della Stagione 2004-2005:
il banco di prova questa volta è il Primo concerto di Mendelssohn
(dell’autore si esegue anche la Sinfonia Italiana). Abbozzato in poche
settimane ed eseguito a Monaco nell’ottobre 1832, con il compositore
al pianoforte, è un brano tutto percorso da un prepotente fremito
romantico, evidente fin dalle prime battute. E questo rappresenta la forza
e la debolezza di questo lavoro, straordinario per la ciclicità dei
temi, per i riverberi e le reminiscenze che scaturiscono in modo spontaneo
e con voce persuasiva, ma anche sorprendente per il rapporto dialettico
fra il solista e l’orchestra, quest’ultima accusata di un protagonismo
che talvolta sovrasta il pianoforte. Debolezza per chi trova in queste qualità
soltanto posa o maniera, forza per chi vi scorge un coerente impeto comunicativo.
La Sinfonia Italiana, iniziata da Mendelssohn durante un viaggio in Italia
nel 1830 e ultimata nel 1833, come è noto racconta in un gesto variopinto
la suprema bellezza dell’eufonia mediterranea, l’esuberanza
di colori solari, con la vivida nitidezza di stampo mozartiano e con la
fantasia tipica di Mendelssohn autore del Sogno di una notte di mezza estate.
Gli impasti timbrici paiono sollecitati direttamente dal cielo d’Italia,
la patina modale che scorre nell’Andante, unita al sentore d’una
arcaica tristezza, si dissolve nella “commedia dell’arte”
del Minuetto e si squarcia definitivamente nel Saltarello, che è
come un ritratto della vita di strada.
Le due pagine di Mendelssohn saranno precedute da un lavoro commissionato
a Nicola Campogrande – una Sinfonietta che si annuncia come “fresca
e vitale” inserita nel programma che festeggia la conferenza annuale
dell’Unesco a Parigi – inaugurando così, oltre che la
tredicesima Stagione dell’OFT, anche lo spirito rinnovato che l’attraversa,
il cui sguardo amplia l’orizzonte orientandosi dalle linee portanti
di Haydn, Mozart, Mendelssohn e Brahms verso le più diverse sfumature
del Novecento (Villa-Lobos, Rodrigo, Poulenc, Stravinskij, Britten, Elgar)
e verso il contemporaneo di marca italiana e non solo (Taglietti, Montsalvatge,
Cervelló, Bertotto, Colla e ancora una commissione affidata a Sergio
Rendine). Niente di scontato dunque, e parecchio da scoprire. |