Sistema Musica ottobre 2004
le idee
  Parlare di Mozart è come criticare Dallas
L’ipotesi di un complotto contro lo studio della musica

di Franco Fabbri

lettere al giornale

Caro direttore,
accolgo con piacere il suo invito lanciato nell'ultimo numero di “Sistema Musica”.
Sono uno di quei vostri lettori che vi seguono dalla capitale, con non poca invidia. Non trascuro occasione di lodare, con amici e colleghi,
l'efficienza, eccellenza, varietà e innovazione delle programmazione musicale torinese, che conosco attraverso la vostra pubblicazione.
Viene quasi voglia di trasferirsi a Torino. Quale addetta ai lavori, avendo avuto modo di lavorare spesso all'estero (sia in Europa sia oltre Oceano),
non posso che complimentarmi ancora una volta con la vostra redazione e accogliere con maggiore entusiasmo la nuova veste grafica del mensile,
che puntualmente mi arriva al mio indirizzo romano. Le confido che nell'ultimo anno ho conservato tutti i numeri della pubblicazione, perché li ritengo anche utile ausilio e strumento documentativo per il mio lavoro. Vi rinnovo quindi, oltre ai già profusi complimenti, anche il mio augurio per la nuova veste.
Paola Sarcina, Roma


NAVIGARE IN MUSICA
   
   
Non c’è mai stato un complotto per impedire che la musica, in Italia, fosse studiata in tutte le scuole. Se è avvenuto, lo si deve al concorso di varie necessità, e si può sempre sperare che – non esistendo alcuna volontà ostile – prima o poi quell’obiettivo sia raggiunto. Allo stesso modo, non è a causa di un piano preordinato se nella televisione pubblica e privata (salvo che nei due canali specializzati in videoclip) non ci siano trasmissioni dove si parli di musica. È un caso se i telespettatori vengono edotti assiduamente sui calcoli astronomici che suggerirono l’orientamento delle piramidi e mai sulla struttura di un allegro di sonata, nonostante i due argomenti siano paragonabili per astrazione, distanza dalla quotidianità e fascino. E se perfino i dj delle radio commerciali, oltre che i conduttori di programmi culturali, soffrono per essere stati privati della facoltà di scelta della musica che trasmettono, sulla quale erano abituati a costruire ragionamenti, non c’è sotto nessuna cospirazione: si tratta di razionalizzare il flusso sonoro, sottraendolo all’arbitrio del gusto dei dj. Le teorie del complotto sono odiose e basate su falsificazioni, anche se vanno considerate come un sottoprodotto inevitabile della libertà di pensiero delle società democratiche. Una ventina d’anni fa, ad esempio, alcuni critici sostennero che l’insistenza con cui venivano introdotti in Italia serial statunitensi come Dallas manifestava l’intenzione di insinuare il cinismo e il rampantismo di alcuni strati privilegiati della società americana come valori sociali positivi: quei critici vennero giustamente stroncati, soprattutto da sinistra, con gli appellativi di “moralisti” e “piagnoni”. Forse oggi sarebbe bersaglio degli stessi appellativi chi sostenesse che l’esclusione della musica dai discorsi che permeano la società (nella scuola, nella televisione, nella radio) risponda a qualche obiettivo più o meno nascosto. Proviamo a immaginare, anche per il gusto di ricostruire il modo in cui nascono le teorie del complotto, come una tesi simile potrebbe essere argomentata. Non è la musica che manca: nella televisione e nella radio costituisce una parte insostituibile della programmazione. Nella scuola – sia pure in assenza dei suoni – è ben noto che la musica (di svariati tipi) costituisca uno dei maggiori interessi e un argomento di conversazione tipico degli studenti; quello che manca è un discorso sulla musica organico: se vogliamo, un riconoscimento che quei discorsi privati e informali abbiano un valore pubblico. Ecco, la musica può anche essere presente, e ostentata, come bene, come qualcosa che ha un valore spettacolare e culturale (non spiegato), ma non come discorso. Del resto, «parlare di musica è come danzare di architettura», ironizzano alcuni. Della musica si può parlare solo in modo tecnico, da specialista a specialista. Ma la musica, argomenterebbero i complottisti, è ben altro che un oggetto con cui intrattenersi o da visitare in un museo: è un modo di organizzare la nostra esperienza del tempo, può essere intesa come un linguaggio, è lo strumento attraverso il quale il musicista può emozionare, persuadere, suscitare riflessioni, e tutto ciò senza ricorrere a parole o immagini. La musica ci parla, ma lo fa con il suono, il tempo, la forma: racconta (a chi è capace di ascoltare) quante cose si possano dire senza effettivamente “dire”. La musica può essere un’efficacissima metafora del mondo. Dunque, capire la musica è pericoloso. Saper parlare di musica educa alla critica e lo sviluppo di uno spirito critico è un accessorio indesiderato nella formazione delle “menti d’opera” necessarie alle imprese. Ecco, così direbbero quei moralisti.
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