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Parlare
di Mozart è come criticare Dallas
L’ipotesi di un complotto contro lo studio della musica
di Franco Fabbri |
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lettere al giornale |
Caro direttore,
accolgo con piacere il suo invito lanciato nell'ultimo numero di
“Sistema Musica”.
Sono uno di quei vostri lettori che vi seguono dalla capitale, con
non poca invidia. Non trascuro occasione di lodare, con amici e
colleghi,
l'efficienza, eccellenza, varietà e innovazione delle programmazione
musicale torinese, che conosco attraverso la vostra pubblicazione.
Viene quasi voglia di trasferirsi a Torino. Quale addetta ai lavori,
avendo avuto modo di lavorare spesso all'estero (sia in Europa sia
oltre Oceano),
non posso che complimentarmi ancora una volta con la vostra redazione
e accogliere con maggiore entusiasmo la nuova veste grafica del
mensile,
che puntualmente mi arriva al mio indirizzo romano. Le confido che
nell'ultimo anno ho conservato tutti i numeri della pubblicazione,
perché li ritengo anche utile ausilio e strumento documentativo
per il mio lavoro. Vi rinnovo quindi, oltre ai già profusi
complimenti, anche il mio augurio per la nuova veste.
Paola Sarcina, Roma
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| Non c’è
mai stato un complotto per impedire che la musica, in Italia, fosse studiata
in tutte le scuole. Se è avvenuto, lo si deve al concorso di varie
necessità, e si può sempre sperare che – non esistendo
alcuna volontà ostile – prima o poi quell’obiettivo sia
raggiunto. Allo stesso modo, non è a causa di un piano preordinato
se nella televisione pubblica e privata (salvo che nei due canali specializzati
in videoclip) non ci siano trasmissioni dove si parli di musica. È
un caso se i telespettatori vengono edotti assiduamente sui calcoli astronomici
che suggerirono l’orientamento delle piramidi e mai sulla struttura
di un allegro di sonata, nonostante i due argomenti siano paragonabili per
astrazione, distanza dalla quotidianità e fascino. E se perfino i
dj delle radio commerciali, oltre che i conduttori di programmi culturali,
soffrono per essere stati privati della facoltà di scelta della musica
che trasmettono, sulla quale erano abituati a costruire ragionamenti, non
c’è sotto nessuna cospirazione: si tratta di razionalizzare
il flusso sonoro, sottraendolo all’arbitrio del gusto dei dj. Le teorie
del complotto sono odiose e basate su falsificazioni, anche se vanno considerate
come un sottoprodotto inevitabile della libertà di pensiero delle
società democratiche. Una ventina d’anni fa, ad esempio, alcuni
critici sostennero che l’insistenza con cui venivano introdotti in
Italia serial statunitensi come Dallas manifestava l’intenzione di
insinuare il cinismo e il rampantismo di alcuni strati privilegiati della
società americana come valori sociali positivi: quei critici vennero
giustamente stroncati, soprattutto da sinistra, con gli appellativi di “moralisti”
e “piagnoni”. Forse oggi sarebbe bersaglio degli stessi appellativi
chi sostenesse che l’esclusione della musica dai discorsi che permeano
la società (nella scuola, nella televisione, nella radio) risponda
a qualche obiettivo più o meno nascosto. Proviamo a immaginare, anche
per il gusto di ricostruire il modo in cui nascono le teorie del complotto,
come una tesi simile potrebbe essere argomentata. Non è la musica
che manca: nella televisione e nella radio costituisce una parte insostituibile
della programmazione. Nella scuola – sia pure in assenza dei suoni
– è ben noto che la musica (di svariati tipi) costituisca uno
dei maggiori interessi e un argomento di conversazione tipico degli studenti;
quello che manca è un discorso sulla musica organico: se vogliamo,
un riconoscimento che quei discorsi privati e informali abbiano un valore
pubblico. Ecco, la musica può anche essere presente, e ostentata,
come bene, come qualcosa che ha un valore spettacolare e culturale (non
spiegato), ma non come discorso. Del resto, «parlare di musica è
come danzare di architettura», ironizzano alcuni. Della musica si
può parlare solo in modo tecnico, da specialista a specialista. Ma
la musica, argomenterebbero i complottisti, è ben altro che un oggetto
con cui intrattenersi o da visitare in un museo: è un modo di organizzare
la nostra esperienza del tempo, può essere intesa come un linguaggio,
è lo strumento attraverso il quale il musicista può emozionare,
persuadere, suscitare riflessioni, e tutto ciò senza ricorrere a
parole o immagini. La musica ci parla, ma lo fa con il suono, il tempo,
la forma: racconta (a chi è capace di ascoltare) quante cose si possano
dire senza effettivamente “dire”. La musica può essere
un’efficacissima metafora del mondo. Dunque, capire la musica è
pericoloso. Saper parlare di musica educa alla critica e lo sviluppo di
uno spirito critico è un accessorio indesiderato nella formazione
delle “menti d’opera” necessarie alle imprese. Ecco, così
direbbero quei moralisti. |