Non
uno, ma molti spettri si aggiravano per l’Europa tra la fine del
XIX e l’inizio del XX secolo. Diversi ma imparentati fra loro, ciascuno
portando con sé il peso di un'inquietudine, ma anche la speranza
di un riscatto, di un rovesciamento di valori che avrebbe potuto restituire
significato e consistenza alla vita quotidiana della moderna società
industriale. Gli spettri del Comunismo e della lotta di classe, ma anche
dell’alienazione e della follia, della guerra e di una memoria sradicata,
identificata con un’infanzia ormai deposito di traumi e non più
legata alla continuità con il mondo dei genitori, trovarono posto
nella riflessione filosofica e sociologica, nei romanzi e nel teatro,
nella nascente psicoanalisi e nella musica. Ma nella moltitudine di questi
spettri un posto d’onore spetta senz’altro alla figura del
“povero di spirito”, di volta in volta vista come il prodotto
dell’alienazione industriale o come l’effetto della povertà
materiale, come lo stigma della vita borghese o, al contrario, come l’antidoto
alla miseria spirituale della società industriale, alla quale il
“povero di spirito” si contrapponeva con la folle saggezza
delle sue visioni elementari. La figura di Woyzeck, elaborata da Georg
Büchner nel 1836-37 e poi divenuta Wozzeck nell’opera di Alban
Berg (1925) è sintomatica del modo in cui una serie di motivi apparentemente
disparati, ma coerenti, vennero a fissarsi su un’unica figura che
li conteneva in modo paradigmatico, offrendo non solo il quadro di un’epoca,
ma addirittura il diagramma delle trasformazioni che quel paradigma aveva
subito lungo l’arco di quasi un secolo: quello che appunto separa
il dramma di Büchner dalla versione musicale di Berg.
Alla ricerca di un filo rosso che attraversi l’immaginario artistico
in periodi storici anche lontani fra loro, la rassegna Sintonie, in programma
dall’8 febbraio al 3 marzo 2005 a Torino non poteva scegliere un
riferimento più significativo. E accanto al Woyzeck di Büchner,
che verrà messo in scena alle Limone Fonderie Teatrali di Moncalieri
per la regia di Alessandro Cobelli, per una produzione del Teatro Stabile
di Torino (repliche dall’8 febbraio al 3 marzo), si potrà
non solo ascoltare il Wozzeck di Berg in forma di concerto (7 febbraio),
ma anche la Passione secondo Matteo di Johann Sebastian Bach (13 febbraio),
proprio per sottolineare continuità e metamorfosi di quell’elemento
messianico legato al tema del sacrificio e della sofferenza che ha avuto
nell’opera di Alban Berg una sorta di originale ricapitolazione
storica. Gli appuntamenti musicali della prossima edizione di Sintonie
avranno luogo all’Auditorium del Lingotto e avranno un’appendice,
il 16 febbraio, con due grandi classici come la Quarta e la Settima sinfonia
di Beethoven. Protagonisti, in tutti gli eventi musicali, la Mahler Chamber
Orchestra e il suo direttore principale, Daniel Harding, giovane e lanciato
musicista inglese che Claudio Abbado – fondatore della Mahler Chamber
Orchestra – ha più volte accreditato come suo erede.
Johann Christian Woyzeck venne impiccato nell’estate del 1824 nella
piazza del Mercato di Lipsia, per avere ucciso, tre anni prima, la donna
di cui era innamorato, di cinque anni più grande di lui, Johanna
Christiane Woost, vedova del chirurgo Woost. Dopo il delitto, avvenuto
all’ingresso dell’abitazione della donna, Woyzeck attese di
essere arrestato e non oppose resistenza, confessando il delitto. Il movente
accertato fu la gelosia: la donna frequentava altri uomini, per lo più
militari di stanza o di passaggio a Lipsia, e le voci che correvano in
città avevano spinto Woyzeck all’esasperazione. Un tempo
anche lui era stato soldato. Da qualche anno, però, esercitava
la professione di barbiere: alcuni sostengono che l’arma del delitto
fosse stata un rasoio preso, appunto, nel suo negozio; altri parlano della
lama di una spada senza manico, rotta, che aveva conservato dopo la fine
del servizio militare. A ogni modo, il caso-Woyzeck fece rumore e richiese
l’intervento di una nuova figura che andava allora emergendo nella
pratica giudiziaria, quella dello psichiatra incaricato di redigere una
perizia sulla sanità mentale dell’omicida. La relazione del
dottor Clarus, molto dettagliata, è stata più volte ristampata
ed è ancora reperibile, essendo studiata come un caso tipico delle
perizie medico-psichiatriche del tempo. A Johann Christian Woyzeck, che
aveva 41 anni all’epoca dell’omicidio, non venne diagnosticato
alcun disturbo mentale, ma in compenso il dottor Clarus si applicò
a costruire un profilo del personaggio che faceva coincidere la personalità
dell’omicida con quella di un uomo turbato da un “evidente
imbarbarimento morale”, accompagnato da “sfrenatezza sessuale”.
Venne chiesto se davvero, come Woyzeck sosteneva, egli aveva sentito “voci”
che lo avrebbero istigato al delitto, ma il dottor Clarus – in una
seconda perizia – negò la loro importanza, riconducendo ancora
una volta il delitto al disordine morale del barbiere, le cui “voci
e visioni” erano causate, semmai, da un “difetto di circolazione
del sangue”.
Georg Büchner ebbe modo di consultare le perizie mediche e numerosi
altri fascicoli sul caso-Woyzeck, e subito nelle sue mani la vicenda si
prestò a una lettura differente: nel frammento della Ballata tragica
in 25 scene alla quale Büchner lavorò, senza portarlo a termine,
il protagonista diventa essenzialmente un visionario, un “povero
di spirito” il cui elementare misticismo segue un’idea di
bontà molto semplice e astratta. Ancora in divisa da soldato, Woyzeck
sa dei tradimenti della sua donna, Maria, dalla quale ha avuto un bambino,
ma tace senza reagire, così come non reagisce alle angherie e all’irrisione
del suo capitano, dei compagni, del medico che lo sottopone ai suoi esperimenti
e nel quale si può riconoscere l’immagine del dottor Clarus.
Le voci diventano protagoniste della vicenda e il delitto, la cui macchia
lo perseguita fino a che affoga nello stagno dove cerca di lavarsi, assume
un aspetto ambiguo, a metà strada tra un atto di follia e il gesto
sacrificale che cerca di ristabilire l’ordine del bene riscattando
una condizione di miseria, materiale e spirituale, nella quale egli vede
annegare non solo se stesso, ma anche Maria.
Emil Franzos pubblicò il manoscritto di Büchner nel 1879,
con il nome del protagonista mutato in Wozzeck per un errore di lettura
della grafia. Una nuova edizione di Paul Landau, del 1909, basata su quella
di Franzos, fu all’origine della prima messinscena teatrale, che
debuttò nel 1913 al Residenztheater di Monaco di Baviera, e dell’opera
di Alban Berg, il quale tagliò e rielaborò il testo di Büchner
accentuando ancor più il profilo del “povero di spirito”
dalla vocazione mistica e visionaria, pronto a rispondere con una citazione
del Vangelo alla riprovazione morale dei suoi superiori. L’interpretazione
del dramma in termini di una denuncia della condizione proletaria, per
molto tempo dominante, si attaglia poco al testo di Büchner e ancor
meno alla versione musicale di Berg: 15 scene, ognuna delle quali ricalca
una precisa forma strumentale storica, dalla suite alla fuga, dalla forma
sonata al rondò e alla sinfonia. L’opera di Berg segue con
tensione crescente l’incontro fra Wozzeck e un destino a cui egli
va incontro a passi forzati, spinto dal vento di una follia profetica.
Della condizione della “vittima”, aggiornata al contesto della
vita nella civiltà industriale, Wozzeck diventa allora il prototipo.
L’ingiustizia è ciò che circonda, in pari grado, i
suoi atti, la sua vita e la sua fine. Ed è dal fondo di questo
sentimento di ingiustizia, dal quale cerca di risollevarsi con un gesto
insensato, che Wozzeck sembra imparentato ad altri spettri, quelli dei
personaggi sacrificali che nei romanzi di Dostoevskij vengono definiti
“cristici”, e tramite loro all’immagine del sacrificio
in persona, alla Passione di Cristo, la cui narrazione musicale Johann
Sebastian Bach concepì sempre a Lipsia, a pochi passi dalla piazza
in cui venne eseguita la sentenza di morte del visionario Johann Christian
Woyzeck.
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