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| Arvo
Pärt e il piacere della lentezza di Franco Masotti |
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Tra
le cose che possono ancora provocarci una qualche vertigine, un accenno
di benefico spaesamento, sicuramente v’è il misurarsi con situazioni spaziali
e/o temporali diverse da quelle a cui siamo abituati. Senza necessariamente
giungere a quelle che Elémire Zolla chiama “uscite dal mondo”, o a esperienze
estatiche o di trance, ma più semplicemente insinuandosi in una qualche
accogliente piega dello “spaziotempo”, ove sottrarsi – sia pure momentaneamente
– al disordinato e affannoso vortice dell’esistenza. Prendiamo ad esempio
la “lentezza” (ne ha scritto mirabilmente Milan Kundera): è qualcosa a cui
non siamo più abituati, e la perdita di velocità potrebbe apparirci una
perdita di senso (o per lo meno, più prosaicamente, di vile danaro).Se come ha teorizzato Paul Virilio – fondando addirittura una nuova disciplina, la “dromologia” – la “velocità è la faccia nascosta della ricchezza”, il suo opposto, la lentezza, dovrebbe essere espressione di povertà, e vi è, parlando di musica, chi ha fondato il proprio sistema di valori musicali sul pauperismo e su sonore o silenti lentezze, da Satie sino a Feldman. Lentezza e semplicità possono avvicinarci all’essenziale, senza per questo dover demonizzare velocità e complessità (che rimangono stimoli estetici molto interessanti, anche dopo l’esaltazione futurista e “macchinista” delle avanguardie dell’inizio del secolo passato). Ma quanti affermano che la musica che vuole essere espressione del proprio tempo non può che essere complessa limitano il proprio orizzonte, e questo non è saggio proprio perché inutile: al mondo v’è posto sia per la complessità sia per la semplicità, sia per la velocità sia per la lentezza, e infatti tutto questo convive, sia pure non del tutto armoniosamente. Ma si dà il caso che essendo troppo spesso le nostre vite, che velocemente si consumano, afflitte da un continuo misurarsi con situazioni complesse (non di rado inutilmente tali), che non ci lasciano alcuna tregua, potremmo nella nostra sempre più limitata permanenza nella sfera estetica del nostro vivere essere attratti da ciò che ci proietta in un’altra dimensione, in cui c’è tempo e spazio per noi: paesaggi sonori vasti, anche se non necessariamente concilianti, nei quali lo sguardo e l’ascolto si possono muovere, e soprattutto respirare, espandersi con una qualche libertà. Questo – e altro ancora, certamente – è quello che colpisce e piace nella musica di Arvo Pärt, anche senza tirare necessariamente in ballo la dimensione più propriamente “spirituale” (e stiamo parlando di un ascolto laico pur consapevoli del significato anche mistico del termine – a questo proposito si veda la bellissima voce “ascolto” dell’Enciclopedia Einaudi firmata da Roland Barthes). Il suo è un misurarsi con il “tempo”, con una sapienza e una consapevolezza che vengono da lontano: dagli organa di Perotin quanto meno, ed è – attraverso la poetica del tintinnabulum, che rifonda la musica riconducendola ai suoi elementi essenziali: la triade e la scala – uno “scolpire” tarkowskianamente il tempo. C’è una coazione “ascetica” a ridurre, prosciugare, che rappresenta un’altra faccia del minimalismo (termine che nel caso di Pärt può essere piuttosto fuorviante). In essa è rinvenibile anche la grande lezione del Gregoriano, che gli ha insegnato quale segreto sia “nascosto nell’arte di combinare due o tre note”. Aleggia anche l’utopia di una musica “silente” (perseguita a migliaia di anni luce di distanza anche dall’anarchico Cage, che non disdegnava però cimentarsi con la complessità caotica del mondo nei suoi Music Circus), che possa frugalmente – e aristocraticamente – concentrarsi in una sola nota, ma suonata, fatta vibrare con assoluta perfezione e concentrazione. Infatti la musica di Pärt, proprio perché fatta quasi di nulla (ma un “nulla” estremamente pregno di significato) esige grandi musicisti che sappiano scolpire, intagliare (non a caso arti del “togliere”, scavando) sia i suoni che i silenzi che li precedono o li seguono. È il caso sia di quanti ce lo hanno fatto conoscere, come Gidon Kremer e Tatjana Grindenko (la loro esecuzione di Fratres e di Tabula rasa, assieme a partner d’eccezione come Keith Jarrett e Alfred Schnittke rappresenta un’esperienza prossima all’estasi per qualsiasi ascoltatore che non sia refrattario alla bellezza, anche se spoglia piuttosto che sontuosa), come le magnifiche voci dell’Hilliard Ensemble o del Coro Estone di Tönu Kaljuste. L’origine della francescana frugalità della musica di Pärt non è probabilmente estranea alle privazioni musicali che il compositore estone ha dovuto subire nel corso di un difficile cammino musicale in un’atmosfera soffocante e plumbea che pure, nell’isolamento pressoché totale da quanto avveniva negli anni Cinquanta in Europa e negli USA, ha favorito la nascita di forme di espressione, di poetiche estremamente “anomale” rispetto al pressoché ubiquitario serialismo integrale. E questo è accaduto, non casualmente, proprio nell’allora Unione Sovietica, dove quasi clandestinamente compositori underground (in senso anche dostoevskiano) come Pärt, Gubajdulina, Shnittke sviluppavano i propri personalissimi mondi musicali, condividendo anni vissuti pericolosamente forse, ma tanto fertili per i lancinanti esiti che hanno conseguito, e che noi abbiamo iniziato a conoscere negli anni Settanta, proprio allorché l’assuefazione allo strutturalismo musicale faceva tendere le orecchie verso orizzonti sonori più distanti e insospettati. Oggi Arvo Pärt è uno dei compositori più ascoltati ed eseguiti al mondo, vorrei aggiungere anche più “amati”, pur tra le resistenze e il sospetto di quanti insistono a “schedare” le musiche in regressive e progressive. Ma in fondo, nel suo rarefatto e ieratico universo sonoro, è poi così incolmabile la distanza che lo separa dall’ascetismo di Webern o dell’ultimo Nono? Lo spazio sia sonoro sia mentale che le loro musiche offrono è comunque spazio di riflessione e raccoglimento, scabro ma solido rifugio dal volgare rumore che tutto soffoca e destituisce di senso. Una lezione di rigore linguistico che ci fa riscoprire il piacere della lentezza e del silenzio. Piacere nella privazione… |
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