Un
gran finale con tre concerti nello spazio di poche ore: due solisti d’eccezione
come Uto Ughi e Mstislav Rostropovic, impegnati anche come direttori, e
un professionista di sicuro affidamento come Gerd Albrecht impegnato nella
Nona di Beethoven, chiuderanno l’edizione 2004 di Torino Settembre Musica.
Sarà una festa con i contorni della maratona, dunque, un percorso che per
giungere da Bach a Beethoven attraversa le vie di Mozart, Paganini, Janácek,
Haydn, Cajkovskij. Ora, che cosa attrae in una festa, in un gran finale
di questo tipo? Perché le maratone musicali si moltiplicano e non producono
indigestione, ma richiamano pubblico più di quanto non avvenga in un concerto
di durata normale? Una prima risposta potrebbe indirizzare verso le dinamiche
del rito: a una festa si partecipa, non si assiste semplicemente; una festa
non è uno spettacolo offerto a spettatori che rimangono passivi ma possiede
il carattere dell’evento proprio perché si viene immersi nel suo clima.
Anche la stanchezza fa parte del gioco, perché la festa mobilita tutti i
sensi e non vi si partecipa solo con l’attenzione e con l’udito, ma con
tutta l’energia di cui il corpo è capace. Questa risposta contiene senz’altro
qualcosa di vero, ma non esaurisce il senso della domanda. Proviamo allora
a svolgere un paragone con altre feste musicali di questi ultimi anni: per
esempio la Festa della musica nata a Parigi qualche anno fa, con sale da
concerto mobilitate e strade invase da gruppi che spontaneamente eseguono
a ogni angolo musiche di ogni genere, dalle Cantigas medievali al rap; la
festa per l’inaugurazione dell’Auditorium Parco della Musica a Roma, ormai
più di due anni fa, con una non-stop musicale iniziata alle 10 del mattino
con un concerto diretto da Myung-Whun Chung e conclusa oltre la mezzanotte
da Patti Smith; le iniziative simil-festivaliere che concentrano tutte le
sinfonie di Mozart o di Beethoven in una settimana, o tutta l’opera pianistica
di Haydn in una giornata, e così via. Quest’ultimo esempio, a ben guardare,
indica piuttosto il modello della maratona, le cui origini vanno forse riportate
all’opera di quei musicisti americani che hanno pensato brani la cui esecuzione
richiede ore, notti, giornate intere.
E naturalmente, parlando di America e parlando di maratone, il pensiero
non può che andare a Woodstock, la madre di tutte le feste musicali pop-rock
del pianeta. Sono esempi eterogenei, non c’è dubbio. Eppure hanno una matrice
comune, rispondono a un’esigenza comune: quella di strappare la musica dalla
dimensione tradizionale del concerto – limitato per durata, programma, coinvolgimento
del pubblico – per catapultarla in quella dell’evento, dell’occasione nella
quale si ascolta “tutta insieme” una quantità di musica da stordire.
Non prendiamo la parola “evento” nella sua accezione deteriore, non giudichiamola
come un pegno pagato al sensazionalismo della società dell’informazione
e dei consumi. L’evento musicale rimane una festa, dunque un rito nel senso
che abbiamo chiarito. Ma il suo significato consiste nel creare un effetto-massa
che rompe i confini tradizionali del concerto e risponde al fatto che la
musica stessa sia diventata consumo di massa, riequilibrando i pesi della
produzione e della ricezione, dell’esecuzione e dell’ascolto. La musica,
in altre parole, diventa “massa”: di suoni, di ore, di musicisti. E così
facendo trasforma la quantità in qualità, dato che l’offerta di musica,
in casi come questo, conta anche più degli interpreti. Nella maratona di
un gran finale la musica viene perciò consegnata alla dimensione di un rito
senza culto: un rito, cioè, nel quale l’opera dei grandi compositori viene
esposta nello spazio di un gioco collettivo senza che vi abbiano un posto
decisivo gli aspetti tipici del culto, quelli della venerazione e della
contemplazione. Il concerto, detto altrimenti, non si presenta in questi
casi come una celebrazione della musica, non viene eseguito solo perché
si ammiri la fattura di un capolavoro o di un’interpretazione, ma ha valore
per il fatto di coinvolgere attivamente gli ascoltatori in una festa, prende
senso dal suo disegnare intorno a essi la dimensione di uno spazio pubblico
in cui si viene inclusi a pari titolo, appassionati o neofiti, conoscitori
o curiosi. Certo, quello degli interpreti è un valore aggiunto. E se si
tratta di musicisti importanti come Rostropovic, Ughi, Albrecht, dunque
come quelli che sono coinvolti nel “gran finale” di Torino Settembre Musica,
è perché non si vuole rinunciare, evidentemente, alla continuità con la
dimensione classica del concerto, quella nella quale l’interpretazione è
collocata al centro della scena e del giudizio. Ed è perché si vuole restituire
alla musica, anche in questa dimensione di festa, qualcosa che la riconduca
almeno in parte ai canoni tradizionali del culto e della celebrazione: una
linea di qualità che non dipende dalla quantità dell’offerta, anche se vi
rimane strettamente intrecciata. |