Sistema Musica settembre  2004
torinosettembremusica
  "Il gran finale", la magia di un rito senza culto
di Stefano Catucci

26 settembre

Auditorium del Lingotto
ore 15, ore 18, ore 21.30

IL GRAN FINALE
I Filarmonici di Roma
Uto Ughi direttore e violino
Musiche di Bach, Mozart, Paganini

I Virtuosi di Praga
Mstislav Rostropovic violoncello
Musiche di Janácek, Haydn, Tchajkovskij

Orchestra e Coro
del Teatro Regio di Torino
Gerd Albrecht direttore
Annalisa Raspigliosi soprano
Michelle Breedt contralto
Herbert Lippert tenore
Davide Damiani baritono
Claudio Marino Moretti maestro del coro

Beethoven Sinfonia n. 9 in re minore


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  La scheda dello spettacolo
  Il sito del Teatro Regio di Torino



Logo di Torino Settembre Musica
Una fot di  Albrecht Gerd Un gran finale con tre concerti nello spazio di poche ore: due solisti d’eccezione come Uto Ughi e Mstislav Rostropovic, impegnati anche come direttori, e un professionista di sicuro affidamento come Gerd Albrecht impegnato nella Nona di Beethoven, chiuderanno l’edizione 2004 di Torino Settembre Musica. Sarà una festa con i contorni della maratona, dunque, un percorso che per giungere da Bach a Beethoven attraversa le vie di Mozart, Paganini, Janácek, Haydn, Cajkovskij. Ora, che cosa attrae in una festa, in un gran finale di questo tipo? Perché le maratone musicali si moltiplicano e non producono indigestione, ma richiamano pubblico più di quanto non avvenga in un concerto di durata normale? Una prima risposta potrebbe indirizzare verso le dinamiche del rito: a una festa si partecipa, non si assiste semplicemente; una festa non è uno spettacolo offerto a spettatori che rimangono passivi ma possiede il carattere dell’evento proprio perché si viene immersi nel suo clima. Anche la stanchezza fa parte del gioco, perché la festa mobilita tutti i sensi e non vi si partecipa solo con l’attenzione e con l’udito, ma con tutta l’energia di cui il corpo è capace. Questa risposta contiene senz’altro qualcosa di vero, ma non esaurisce il senso della domanda. Proviamo allora a svolgere un paragone con altre feste musicali di questi ultimi anni: per esempio la Festa della musica nata a Parigi qualche anno fa, con sale da concerto mobilitate e strade invase da gruppi che spontaneamente eseguono a ogni angolo musiche di ogni genere, dalle Cantigas medievali al rap; la festa per l’inaugurazione dell’Auditorium Parco della Musica a Roma, ormai più di due anni fa, con una non-stop musicale iniziata alle 10 del mattino con un concerto diretto da Myung-Whun Chung e conclusa oltre la mezzanotte da Patti Smith; le iniziative simil-festivaliere che concentrano tutte le sinfonie di Mozart o di Beethoven in una settimana, o tutta l’opera pianistica di Haydn in una giornata, e così via. Quest’ultimo esempio, a ben guardare, indica piuttosto il modello della maratona, le cui origini vanno forse riportate all’opera di quei musicisti americani che hanno pensato brani la cui esecuzione richiede ore, notti, giornate intere.
E naturalmente, parlando di America e parlando di maratone, il pensiero non può che andare a Woodstock, la madre di tutte le feste musicali pop-rock del pianeta. Sono esempi eterogenei, non c’è dubbio. Eppure hanno una matrice comune, rispondono a un’esigenza comune: quella di strappare la musica dalla dimensione tradizionale del concerto – limitato per durata, programma, coinvolgimento del pubblico – per catapultarla in quella dell’evento, dell’occasione nella quale si ascolta “tutta insieme” una quantità di musica da stordire.
Non prendiamo la parola “evento” nella sua accezione deteriore, non giudichiamola come un pegno pagato al sensazionalismo della società dell’informazione e dei consumi. L’evento musicale rimane una festa, dunque un rito nel senso che abbiamo chiarito. Ma il suo significato consiste nel creare un effetto-massa che rompe i confini tradizionali del concerto e risponde al fatto che la musica stessa sia diventata consumo di massa, riequilibrando i pesi della produzione e della ricezione, dell’esecuzione e dell’ascolto. La musica, in altre parole, diventa “massa”: di suoni, di ore, di musicisti. E così facendo trasforma la quantità in qualità, dato che l’offerta di musica, in casi come questo, conta anche più degli interpreti. Nella maratona di un gran finale la musica viene perciò consegnata alla dimensione di un rito senza culto: un rito, cioè, nel quale l’opera dei grandi compositori viene esposta nello spazio di un gioco collettivo senza che vi abbiano un posto decisivo gli aspetti tipici del culto, quelli della venerazione e della contemplazione. Il concerto, detto altrimenti, non si presenta in questi casi come una celebrazione della musica, non viene eseguito solo perché si ammiri la fattura di un capolavoro o di un’interpretazione, ma ha valore per il fatto di coinvolgere attivamente gli ascoltatori in una festa, prende senso dal suo disegnare intorno a essi la dimensione di uno spazio pubblico in cui si viene inclusi a pari titolo, appassionati o neofiti, conoscitori o curiosi. Certo, quello degli interpreti è un valore aggiunto. E se si tratta di musicisti importanti come Rostropovic, Ughi, Albrecht, dunque come quelli che sono coinvolti nel “gran finale” di Torino Settembre Musica, è perché non si vuole rinunciare, evidentemente, alla continuità con la dimensione classica del concerto, quella nella quale l’interpretazione è collocata al centro della scena e del giudizio. Ed è perché si vuole restituire alla musica, anche in questa dimensione di festa, qualcosa che la riconduca almeno in parte ai canoni tradizionali del culto e della celebrazione: una linea di qualità che non dipende dalla quantità dell’offerta, anche se vi rimane strettamente intrecciata.
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