Sistema Musica settembre  2004
unionemusicale
  Pugliaro: «Siamo un museo? Provate a entrare!»
di Giampaolo Pretto


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  Il sito dell'Unione Musicale con il calendario della stagione 2004-2005
Unione Musicale«Per godere della musica colta – ammonisce l’UM nella brochure di presentazione della Stagione 2004-05 – non dev’essere bandita la fatica dell’apprendimento»; Giorgio Pugliaro, vogliamo tornare a ricordare e a ricordarci il perché del faticoso piacere della musica dal vivo?
«Il 1875 e il 1924, le date dell’invenzione del fonografo da parte di Edison e della prima trasmissione radiofonica regolare, sono cruciali per l’ascolto della musica. La prima prevede una separazione soprattutto temporale, la seconda “spaziale” rispetto all’ascolto dal vivo, che rimane sicuramente più impegnativo. Ma un’opera di tradizione colta mal sopporta di essere compressa o parcellizzata, cosa invece possibile nei due casi citati. Se si inizia a metà l’ascolto dell’esposizione di una Sonata di Beethoven, ci si accorge di aver perso qualcosa di essenziale. La continuità di concentrazione del concerto, permeabile alle alchimie che si creano a volte tra palco e platea, è ciò che trasforma un’esecuzione in una serata e in un ricordo irripetibili, proprio in quanto non riproducibili».

Risulta evidente la sua scelta di innervare la Stagione di un percorso culturalmente formativo, anche ricorrendo a retrospettive integrali di autori come Mendelssohn e S?ostakovic?, ai concerti-conferenze di Lonquich, all’incursione nel Novecento storico. Si può dunque vivere senza appiattire l’offerta su compilazioni di classical easy-listening?
«Bisogna cercare di farlo, e non sempre è facilissimo. Si vive in una costante discrasia temporale, in un eterno presente, lavorando a stagioni che non avranno luogo prima di 2, 3 o 4 anni; qualche tempo fa, nel programmare l’ultimo Quartetto di Schubert, che ci sembrava appena eseguito, ci accorgemmo che dall’ultima esecuzione erano passati 13 anni! C’è poi l’utilità di analizzare più a fondo autori a torto liquidati malamente come Mendelssohn. Proporre ai nostri artisti di ripercorrerne anche le opere meno conosciute, e di scoprire e farci scoprire nuovi riscontri e tesi interpretative che troveranno modo di svilupparsi per maggiore conoscenza di tutti, ci permette di creare un circolo positivo. Una delle funzioni delle società concertistiche è inoltre la forma “museale”; siamo una sorta di museo permanente, che deve tenere aperte più sale possibile».

A questo proposito, non è una contraddizione il fatto che spesso alla “classica” venga attribuita la colpa di essere “museale” quando si assiste in tutto il mondo, e anche in Italia, a un boom di presenze nei Musei e in ogni genere di mostra di arti figurative?
«Sì, “museale” non è certo un insulto! Il nostro limite semmai sta nel fatto che le sale che abbiamo aperte sono troppo poche. Ne abbiamo una, grandissima, che va da Mozart a Stravinskij, ma sul prima e sul dopo non ne apriamo ancora abbastanza. Il motivo va anche storicizzato: il concerto così come lo viviamo oggi non è sempre esistito e chissà se esisterà per sempre».

L’impressione è che, mentre con la serie L’altro suono la vostra sala della musica antica è ben fiorente, per quanto riguarda la proposta contemporanea c’è più prudenza.
«In questo la ricchezza di proposte musicali di Torino non ci facilita. La matrice festivaliera di importanti rassegne come, ad esempio, Torino Settembre Musica o Rai NuovaMusica fa sì che la “contemporanea” trovi più naturale sfogo in altre realtà. Ma l’UM ha in serbo qualche cartuccia, un progetto al quale stiamo da anni lavorando…».

Parliamo, una volta tanto, di vil denaro: si va dal clamoroso minimo di 4 euro (entro i 30 anni per 25 concerti) al massimo di 17 euro a concerto per chi si abbona: non pensa che si dovrebbe fare di più per far sapere quanto è veramente alla portata di chiunque il piacere della grande musica dal vivo?
«Forse è vero; i nostri problemi di comunicazione cominciano finalmente a essere risolti grazie al sostegno della Saffirio-Tortelli-Vigoriti, che ha ideato la nuova veste grafica dell’UM e ci sostiene in questo campo. Certo è un cane che si morde la coda: riusciamo a tenere dei prezzi così bassi anche perché non spendiamo il 30 o il 50% del nostro budget per far sapere quanto poco costiamo!»

Fa comunque piacere vedere tutte queste star della classica passare per Torino: il divismo incide ancora come un tempo sulla possibilità di attrarre ascoltatori? «Il divismo si è forse più specializzato, e forse non è mai stato un fenomeno molto italiano, nel profondo. Certo le 500 persone che premevano per poter entrare all’Auditorium in occasione di un sold out di Pollini nel 1980 non ci sono più. È un fatto però che Torino è ora una città più piccola e con un’offerta musicale che molte città più grandi non possono vantare».

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